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La Speranza in tempi di Caos

Psicologia analitica e spiritualità

Elena Liotta

(pubblicato da la Piccola editrice, www.conventocelleno.it, 2004)

“Operare la vita sotto le ombre della morte”

Questa frase con cui inizio il mio contributo è tratta da “L’Abbandono alla Provvidenza divina” un testo di Jean Pierre de Caussade, costituito dalle lettere alle suore di Nancy di cui egli fu direttore spirituale tra il 1733-1739 e poi pubblicate per la prima volta nel 1861 a Parigi e ripubblicate nel 1951 in Italia, a cura di Ernst Bernhard, psicoanalista junghiano di origine ebraica, fondatore dello junghismo in Italia.

Questo testo di alta spiritualità è stato poi letto, interpretato e meditato, da molti altri analisti junghiani i quali ravvisavano nel percorso dell’anima che si sottomette alla volontà di Dio, il medesimo iter del processo individuativo che distingue l’Io - nel senso della volontà egoica, del controllo, del possesso e potere personale, della razionalità onnipotente - dal Sé in quanto istanza psicologica trascendente, che cerca di integrare l’inconscio e le sue ombre, nell'interezza dell’essere. Ciò avviene attraverso la consapevolezza di sé e la relazione autentica con l’altro da sé L’abbandono, da leggersi psicologicamente come apertura, rilassamento, lasciar andare, mi appare come terreno favorevole per la nascita e per l’esistenza della speranza.

Caos e Speranza.

Come psicoterapeuta e studiosa formatasi prima attraverso studi filosofico-religiosi orientali e poi alla scuola della Psicologia Analitica di C.G. Jung, non mi era mai capitato di scrivere sulla speranza. Sul Caos invece sì. Possiamo mettere in relazione, dal punto di vista psicologico, Caos e Speranza? Non è casomai l’Ordine, che tradizionalmente viene contrapposto al Caos, e che riporterebbe in gioco proprio quella razionalità e volontà egoica che stiamo cercando di trascendere e che sembrerebbero quasi escludere la speranza?

Mi viene subito in mente, a questo proposito, un congresso di più di 10 anni fa, organizzato insieme a colleghi di scuola freudiana, dal titolo “Fra Ordine e Caos” cui erano stati invitati studiosi di varie discipline per valutare l’impatto e la potenzialità dei nuovi modelli teorici scientifici, le cosiddette Teorie del Caos e della Complessità definite anche Non-lineari. Queste teorie, vere e proprie epistemologie dell’incertezza, sono presto diventate paradigmi culturali, rivolti ai fenomeni, naturali e umani, che precedenti teorie non riuscivano a spiegare per via della loro irregolarità e imprevedibilità. Non a caso sono nate nell’ambito della ricerca sulla meteorologia.

Prevedere e prevenire - cioè dare ordine - sono i modi in cui la società, basata sulla scienza e la tecnologia, si permette di sperare. Oggi, mi sembra di poter fare un passo più avanti. Contrapporre Caos e Ordine riflette ancora un approccio di tipo lineare, che procede per opposizione, mirando a un totale controllo della realtà. E’ anche vero, come sostengono le nuove teorie, che esiste una ‘autorganizzazione dei sistemi caotici’ e che il Caos ha le sue leggi, nella fisica come nell’economia, nella matematica come nella psicologia e altro, leggi che siamo noi a non comprendere ancora, così come non sappiamo come gestire le dinamiche caotiche. Anche lo psicoterapeuta, tenta, nella confusione, nel disorientamento e nella sofferenza dei suoi pazienti, di costruire insieme a loro un significato, un ordine, una logica, di elaborare e trasformare il vuoto insensato, il groviglio mentale, quelle ombre interiori che in senso lato hanno sempre a che fare con l’angoscia di perdita e di morte.

Il passo avanti, però, allude a quel fondo ultimo di qualsiasi Caos che, nonostante tutti gli sforzi della mente e della tecnologia umana, non si riesce né a comprendere né a significare. Quel fondo di mistero che, più cresciamo in conoscenza e controllo, più sembra spostarsi altrove, una specie di punto interrogativo vagante che sembra stare lì per evidenziare la nostra impotenza, per sorprenderci sempre ricordandocela. Qualcosa che non si può contenere nella mente ma che si può oscuramente sentire con il cuore. E’ per questa incognita che ci vuole qualcosa di più della ragione.

Ci vorrebbe una sorta di Speranza pura, anche ingiustificata dal contesto, che sappia convivere con il Caos senza esserne annientata. E’ questa la dimensione che vorrei avvicinare. Penso di aver stabilito così un primo contatto tra Caos e Speranza.

Tra psicologia e spiritualità

Un discorso sulla speranza e sul confine tra psicologia e spiritualità - quest’ultima intesa come istinto, qualità, modalità di pensiero e di affetto, costituzionale e archetipica, in dotazione a ogni essere umano - non è facilissmo. Per motivi forse ovvii, soprattutto tra gli psicoanalisti, sono piuttosto ‘le ombre della morte’ di cui si parla e di cui si danno dettagliate descrizioni, e ‘operare la vita’ è il compito che lo psicoterapeuta si dà implicitamente, nell’idea stessa di cura e di guarigione che anima il trattamento e la relazione con il paziente. Ma, si può ‘operare la vita’ senza mettere in gioco la speranza? Questo è stato il mio interrogativo iniziale.

Per cominciare la mia indagine, mi sono rivolta al contesto teorico psicoanalitico, per il quale la specifica chiave di lettura della psicopatologia si basa sull’esistenza di un Inconscio - cioè di qualcosa che sfugge alla coscienza e alla volontà, ma che tuttavia esiste e agisce, producendo conflitti interiori, sintomi, sofferenza, un luogo di Caos. *

In generale, soprattuttto dal punto di vista teorico, la speranza e gli altri sentimenti ‘positivi’, sono coperti da ciò che definirei come uno strano pudore, quando non un esplicito sospetto. Visto che lo psicoanalista si occupa delle ombre, se la luce compare all’improvviso, inaspettatamente, è più probabile che venga interpretata come una difesa, una resistenza, una 'formazione reattiva' nei confronti della consapevolezza del dolore, delle proprie parti deficitarie, delle proprie criticità e responsabilità, insomma di tutto ciò che non è gradito riconoscere in se stessi. Chiamiamo tutto questo ‘fuga nella salute’. Va detto che, a volte, è proprio così. In analisi, normalmente si parla di ciò che il/la paziente porta, dunque molto spesso di ansia, di depressione, di rabbia, odio, invidia, gelosia, attaccamento, dipendenza e altro ancora. L’opus psicoanalitico è un’ opera al nero, un confronto con l’ombra, attraverso il sogno, la storia personale, le fantasie, i sintomi fisici e mentali, un attraversamento lungo e faticoso, sia per il paziente sia per l’analista. In questa notte oscura lo sforzo comune è di non cedere all’istinto di morte, alla tentazione del dissolvimento, della rinuncia a vivere, restando presenti almeno nella relazione analitica, che a volte per certi pazienti è l’unica relazione vitale possibile. Continuare a rimanere vivi - non solo simbolicamente - finché ... non accade qualcosa, qualcosa che fa cominciare ... a sperare. Ma come si fa a teorizzare questo misterioso movimento?

Speranza della ragione e speranza del cuore

Continuando il mio viaggio all’interno del contesto psicoanalitico, ho cercato le parole che più si avvicinano a speranza e che sicuramente potevano essere messe in relazione ad essa, o sovrapporvisi anche anche nel linguaggio comune,.

Ho trovato: desiderio, bisogno, domanda, attesa, illusione, proiezione, fiducia, aspettativa, e le loro controparti negative, come frustrazione, astinenza, disillusione, ecc. Ma, in realtà, nessuna di esse è affine nel significato profondo, all’idea di speranza che ho in mente, rappresentandone, casomai, delle forme spurie, miste, comunque, e almeno in parte, connotate egoicamente.

Mi spiego meglio con degli esempi.

E’ lecito e anche facile sperare, nel senso di attesa fiduciosa e ottimistica, quando la previsione del futuro è basata su dati favorevoli. Ho studiato e, pur essendo in ansia, spero che l’esame mi vada bene. Una speranza della ragione. Si può anche sperare che la guerra in Iraq abbia fine, prima o poi.

Altra cosa è sperare che tutte le guerre, la guerra in quanto tale, abbiano fine. Per questa seconda speranza ci vuole qualcosa di più.

Oppure, frequenti in psicoterapia, le speranze del cuore, dei sentimenti: amo ma non sono riamato/a. Non mi rassegno. Spero dunque fortemente, e desidero, e agisco per il mio scopo. Accade anche, a chi mantiene questa tensione e una tenace speranza, che spesso gli arrida il successo, lì per lì. Ma, altre volte, si configurano ossessioni, accanimenti sofferti, incapacità a rinunciare, vissuti che bloccano la vita interiore e di relazione. Qual’è, in questo caso, il confine tra speranza e volontà egoica, ossessiva?

Altre situazioni ricorrenti: spero che la crisi matrimoniale, i problemi con un figlio, le difficoltà di un amicizia, si risolvano presto e metto in gioco sinceramente me stesso/a, la mia autocritica, nuove risorse. Una speranza già più fondata, anche se con riserva, visto che non potrò governare su ciò che farà l’altro.

Bisogna aggiungere, a questo punto, che se la speranza della ragione appare in qualche modo facile e la speranza del cuore assoggettata al sentimento, entrambe sono comunque infuenzate dall’esperienza del passato. Infatti, a seconda delle tracce che la vita pregressa fin dall'infanzia ha lasciato nella nostra psiche, saremo più o meno disposti a sperare o a di-sperare e a farlo con il cuore o con la testa. Eventi traumatici o gioiosi, figure amorevoli o distruttive, paure e insicurezze mai superate condizionano l'apertura alla speranza. La memoria del passato si proietta nel presente e nel futuro in modo quasi automatico, come un dispositivo di adattamento difensivo. Questa forma di condizionamento non ci permetterebbe, ad esempio, di poter sperare che tutte le guerre abbiano fine, visto che si tratterebbe di un evento inedito, mai accaduto in passato, di cui non c’è traccia neanche nella memoria collettiva.

Troppe volte ho sentito dire: non c’è speranza, l’uomo è fatto così, ha l’istinto alla guerra, come dimostra la Storia ...quasi a voler rinforzare inesorabilmente la via della violenza.

Proviamo a uscire da questa trappola.

Speranza e personalità

Forse, comincio a pensare, c’è una speranza che con il passato non può avere molto in comune. Certo, mi dico anche con la sospettosità dell’analista, sperare in ciò che non è mai accaduto - non per questo impossibile - potrebbe somigliare anche a un delirio, a un sogno a un’utopia, alla costruzione di un pensiero magico e onnipotente. Se così fosse, allora voglio provare a delirare con lucidità!

Mi pare che il nodo complesso sia la mente, la psiche di chi spera e il suo livello di maturità interiore. Ancora un ultimo punto, sempre di carattere psicologico, prima di affrontare altri passaggi della mia riflessione. Possiamo precisare meglio dicendo che la mente spesso funziona in modi diversi a seconda delle persone. Jung ha costruito una sua tipologia di personalità lungo la quale potremmo collocare anche la speranza, riprendendo le precedenti distinzioni: alcuni individui affrontano la vita attraverso il pensiero e la razionalità, altri sono portati dal sentimento, altri ancora dalla sensazione, altri infine dall’intuizione. Queste sono le quattro funzioni o qualità principali che, secondo Jung, permettono all’essere umano di interagire con la realtà, esterna e interiore. Una funzione spesso diventa quella principale, prevalendo sulle altre che seguono in proporzioni diverse. La personalità equilibrata le dovrebbe rappresentare tutte più o meno equamente.

Il discorso può applicarsi anche alle epoche storiche e culturali e ai fenomeni culturali, rispetto al ‘dove’ e al ‘come’ la speranza viene riposta e coltivata.

Nei nostri tempi, se si esce dai significati religiosi e psicologici profondi, la speranza collettiva viene rivolta soprattutto alla scienza e alla tecnologia. Ancora si parla di progresso e di scoperte scientifiche, la vita viene totalmente affidata alla medicina, le terapie psicologiche tendono sempre più a utilizzare gli psicofarmaci. Il successo e il senso della vita albergano ancora nelle acquisizioni materiali e nei disvalori collettivamente guidati da interessi non certo equi né solidali.

Molte speranze delle nuove generazioni vengono indirizzate verso vicoli ciechi, spogliate gradualmente dell’entusiamo spontaneo e infine appiattite, laddove possibile, da uno stile di vita uniformato e alienato. E la chiamano società del benessere ... Riprenderò questo punto verso la fine del mio intervento.

La terza forza: una speranza dell'anima

Aggiungerei a questo punto anche una speranza dell’anima, o come direbbe Jung una speranza del Sé, oppure una retta speranza ispirandoci al Buddhismo o, ancora, quel seguire la via del Tao, cioè l’abbandonarsi alla Divina Provvidenza. Questo moto, quale che sia il linguaggio o la metafora, non è definito dal suo oggetto - la cosa in cui sperare, sia essa raggiungibile o meno - ma dalla qualità di una psiche aperta e accogliente.

Devo ancora continuare con alcuni passaggi.

Nel 1994 ho scritto, sulla Rivista di Psicologia Analitica, un articolo dal titolo “Quando l’analisi tradisce lo Spirito”. In esso sostenevo che non era possibile fare il lavoro di cura senza una terza forza, una presenza più ampia nella mente dell’analista, che contenga e trascenda la coppia analista-paziente. Per sostenere la pesantezza del lavoro quotidiano e la mole di sofferenza che lo accompagna, a cui il terapeuta deve rimanere empaticamente aperto, occorre appoggiare ogni tanto la mente, delegare qualcosa, affidarsi.

Occorre, amio parere, una speranza cardinale, una speranza nella guarigione, non necessariamente nella nostra bravura, ma nella potenzialità di autoguarigione della psiche, presente in tutti. Autoguarione che, nel caso di una psicoterapia, passa per la scoperta-costruzione di un 'senso', in un percorso di relazione. Non c’è bisogno di essere religiosi e di credere in un Dio particolare, per compiere questo processo. A questo proposito, mi sono stupita più volte, lavorando con pazienti di dichiarata fede, osservanza, addirittura militanza religiosa, di sentirli perduti in mezzo ai loro malesseri e sintomi psicologici, nelle vicende della loro vita, e mi sono onestamente chiesta, chiedendolo esplicitamente anche a loro - perché pur avendo la fortuna, la grazia di una fede, non riuscivano ad attingere ad essa.

Anche per lo psicoanalista, come per chiunque eserciti una professione di cura e di responsabilità verso gli altri, avere Dio dalla propria parte sarebbe una grossa fortuna, ma non possiamo prevedere che sia sempre così. E allora si può parlare di Spirito, di Mistero, di Speranza, di qualcosa cioè che sposti l’asse del potere verso un equilibrio tra onnipotenza e impotenza, del terapeuta, lasciando una quota all’incognito, accettando di non sapere e neanche di poter padroneggiare tutto. Cosa che per la mente occidentale è molta faticosa. Più per l’uomo che per la donna, più per determinate personalità che per altre.

Saper cogliere la scintilla

Tornando alle diverse personalità e alla speranza, noi psicoterapeuti, come chiunque altro nel suo campo, rischieremmo di non cogliere quelle scintille, importantissime della capacità di sperare dei nostri pazienti, se non osservassimo con estrema attenzione le diverse forme in cui essa si veste a seconda della personalità. Essa, la scintilla, il barlume, è la chiave per uscire dalle ‘ombre della morte’. Per sperare davvero bisogna saper vedere, cogliere, leggere tra le righe, imparare a scrutare l’inizio dell’alba.

Questa, finalmente ci arrivo, è la speranza dell’anima o del Sé che risorge. Ho già detto che speranza e desiderio spesso si confondono, ma è proprio la speranza dell’anima che più chiaramente si stacca dal desiderio e dalla volontà centrata sull’Io.

Per esempio, nel caso dello psicoterapeuta, vorrei che il/la mia paziente guarisse, ma non posso ‘volerlo’, nonostante sia un giusto desiderio per un terapeuta. Esso infatti altererebbe la qualità, i modi e i tempi del mio lavoro, della mia presenza nella relazione. Come quelle mamme amorose che tuttavia affrettano, spingono, condizionano i loro figli verso mete e con tempi che non sono i loro. Oppure, al contrario, li rallentano o li bloccano su altri percorsi.

C’è un disegno che si viene gradualmente mostrando, nella vita e nei percorsi psicologici, il quale ha un suo senso, i suoi temi e i suoi tempi, rispetto al quale lo psicoterapeuta non può che essere presente, vicino, d’aiuto nella sua lettura, che deve comunque partire dal paziente, dal materiale che viene portato in analisi.

Sperare come vedere attraverso

Sono così giunta, spero con sufficiente chiarezza, al cuore del mio intervento.

La speranza ha a che fare con il futuro, non c’è dubbio, e anche con l’attesa e con con le aspirazioni, la prospettiva ottimistica, la fiducia e la fede, ma a partire dalla mia esperienza e dal titolo che ho voluto dare a queste riflessioni, essa sta anche nella possibilità e la capacità di “osservare per trasparenza opponendo la luce” a qualcosa di opaco,intra-vedere, vedere attraverso, cioè uno dei significati meno conosciuti della parola. Dal dizionario etimologico: ‘sperare’ come trasparire . Essa è ben rappresentata anche dall’espressione comune: “Speriamo ...” cui a volte si aggiunge anche “ ... in bene”. E' volgersi, come disposizione verso un futuro in cui le ombre si dileguano.

L'àncora di speranza

Un altro aspetto centrale di questa speranza dell’anima è la sua continuità, la capacità di mantenere costante la posizione dell’ affacciarsi verso, aprirsi a, sporgersi su un futuro ignoto, sullo sviluppo ancora misterioso, con benevolenza, con attitudine fiduciosa che ciò che verrà avrà comunque un suo senso - anche se potrebbe apparirci diverso dall’aspettativa.

Questo aspetto è ben illustrato da un ulteriore significato della parola speranza. In marina si usa un termine tecnico per definire l’àncora, un àncora di riserva. La si chiama àncora di speranza. Come dire, tutto può essere perduto, anche l’ancoraggio, ma rimane comunque un’ultima speranza, una speranza di riserva. Non a caso l'àncora è il simbolo della speranza

Gettare l’àncora vuol dire fermarsi, attendere, sostare, meditare. La sosta è interiore, psichica, e può aver luogo in psicoterapia, come in un altri contesti di cammino interiore, durante particolari periodi o transizioni della vita o nella normale quotidianità. Basta saper osservare in trasparenza e rimanere all’àncora per il tempo che serve.

Così la speranza non è più solo una freccia lanciata, una fuga, una mente tesa, ma uno sguardo nel presente, un paradossale raccogliersi nell’apertura su ciò che la vita propone, un abbandono consapevole al presente che continuamente trapassa nel futuro, un respiro insomma, tra dentro e fuori, tra prendere, trattenere e rilasciare. Se la speranza rimanesse come una freccia, essa sarebbe allora senza bersaglio, senza parole, partita da un centro verso uno spazio immenso.

Mi torna alla mente un verso della poetessa Cristina Campo, che ho ripreso come titolo di un altro mio scritto su mistica e politica, del 1998: “Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia”.

Ancora un’altra possibile immagine: speranza come fessura, piccola apertura che permette di intra-vedere, simile a quell’osservare in trasparenza: un guardare dentro che permette di cogliere la scintilla, il raggio di luce nella densità oscura.

La speranza naturale

Ma come si approda a questo stato psicologico?

Questa speranza non viene necessariamente come una grazia divina. Essa ha anche un suo percorso nello sviluppo psicologico sano che si può seguire dalla nascita in poi. Può essere pensata come una funzione naturale, una capacità costituzionalmente presente, da poter sviluppare come molte altre.

Immaginiamola, la prima speranza. Non sarà così difficile, poiché il neonato è quanto di più fragile, impotente e affidato alla provvidenza che si possa immaginare, oltre che simbolo stesso della speranza proiettata nel futuro.

Il bambino alla nascita ha, geneticamente attiva, la predisposizione alla suzione, la quale si realizzerà solo se anche il seno della madre, o suo sostituto, sarà presente nel momento necessario. Si tratta di questione di vita o di morte, di sopravvivenza. Per questo la nascita e ri-nascita sono temi archetipici, ovunque e sempre nel mondo, e costeggiano la morte.

Con ripetute esperienze positive il bambino comincerà a nutrire la speranza che il seno compaia quando egli prova lo stimolo della fame e potrà cominciare a sopportare l’attesa, il bisogno e la frustrazione conseguente, cioè potrà cominciare a tollerare l’assenza del seno. La disperazione ovvero l’assenza di speranza, compare quando anche l’immagine interna, la memoria, la rappresentazione, tutto è perduto.

Per poter sperare in modo naturale e spontaneo, anche da adulti, bisogna almeno aver intravisto, aver sfiorato, essere entrati in qualche contatto con quello stato psicologico interiore di gioia, di soddisfazione, di incontro, che poi verrà inseguito, desiderato, cercato e identificato nelle persone, negli oggetti, nei luoghi concreti.

Gli esseri umani sono fatti, predisposti anche per la gioia. La speranza è funzionale alla sopravvivenza e all’adattamento nel senso del benessere.

Troppe volte in psicoterapia ho potuto osservare una sorta di atrofia della funzione della speranza, l’impossibilità a sperare rappresentata da un negativismo onnipotente, faticosissimo da incrinare, una distruttività cupa che annienta anche la fantasia di salvezza, che non si apre a nessuna scintilla, per non indebolire le difese. Eppure, piano piano, sostando e accogliendo ciò che viene dal mondo interiore, la speranza fa capolino in un sogno, un lapsus, una novità inaspettata, da non sottolineare, cui non dare troppo peso, altrimenti ci si spaventerebbe. La luce deve entrare lentamente, altrimenti acceca, spiazza, costringe a vedere ... e a cambiare.

Speranza, nel senso che qui propongo, è qualcosa che si impara dall’essere vivi e in relazione, lo si impara anche successivamente, quando non lo si è potuto fare in una crescita sufficientemente buona. Si può anche re-imparare, quando si è dimenticato, o si può imparare a farlo in modo diverso, qualora se ne conosca uno solo e poco funzionale.

Questa di cui parlo, potrebbe anche essere quindi definita come la speranza naturale, sana, quella che fa sopportare la prigionia, l’esilio, l’ingiustizia, le perdite e i dolori della vita. Essa è normalmente appoggiata all’esperienza e alla memoria, per quanto vaga, della gioia e del benessere, della possibilità di una nuova alba - nonostante tutto, domani è un altro giorno - di un ritorno a casa, per dirla altrimenti. E' un sano atteggiamento ottimistico.

La speranza pura

Ora, però, vorrei transitare a un ultimo livello del mio discorso, oltre al quale non sono riuscita ad andare.

Mi sono anche domandata, e vi domando, se è possibile una speranza senza oggetto, senza memoria, senza nome, uno sperare puro e semplice, simile a quella speranza nuova cui ho fatto accenno all’inizio parlando della guerra, ma ancora più pura.

Oppure questa è davvero un’assurdità? Può esserci un’apertura totale, che non aspetta nulla per sé, un abbandono semplice alla vita che scorre momento per momento, anche alla morte che è parte della vita?

Una speranza che non è affatto quel ‘pensare positivo’ con cui la cultura americana continua a bombardarci?

La mistica ci direbbe di sì. L’anelito, la speranza ineffabile del mistico è quella dell’unione, dell’abbandono a Dio. Ha, questa speranza, qualcosa in comune con le altre? Dalla letteratura mistica si evincono simili dinamiche, trappole, atteggiamenti, passaggi, che pongono il cammino spirituale nelle stesse condizioni di partenza di altri percorsi interiori, incluso quello individuativo proposto da Jung.

La psicoanalisi abitualmente non travalica i suoi confini di luogo della cura, di ripristino e riorientamento, di riabilitazione alla capacità di sviluppare ulteriormente l’autenticità, la propria individuazione, il proprio vero Sé. Il massimo a cui essa può mirare è riattivare la speranza naturale. Tutto il resto, da questo punto in poi, sta al paziente, al suo destino, per dirla in breve. La psicoanalisi è solo una tappa, una fase, un periodo di un iter che invece dura tutta la vita. Essa rappresenta quello stare all’àncora per osservare attraverso l’opacità, per ricominciare a sperare.

Il discorso religioso o spirituale può emergere o meno nel corso del trattamento e, quando è già presente nella vita del paziente, sicuramente verrà accolto come risorsa, ma non certo interpretato. Se fa parte della vita dell’analista non verrà fatto pesare in nessun modo. La psicoanalisi, quando è terapia, è un discorso sulla psiche e nella psiche, senza altre ambizioni o pretese.

La speranza senza oggetto potrebbe essere uno stato della mente, forse simile a quello che il buon analista mette in gioco di fronte alla situazione del suo paziente. Essa è una pre-disposizione primariamente psichica e laica, spirituale se vogliamo perché non materiale, cioè non basata su appoggi solidi razionali, materialistici, scientifici. Tuttavia non è neanche appoggiata alla fede religiosa. Non sta nè di qua nè di là, ma c’è. Può esserci. La si trova per via negativa, spogliandola delle illusioni, degli attaccamenti e dei desideri. Analogamente a quella del mistico è indicibile e indescrivibile ed è un’esperienza personale più che un concetto trasmisssibile. Forse le manca la gioia. Ancora non lo so.

Morte e rinascita

Il tema della morte e rinascita, cioè della trasformazione interiore, è centrale nella Psicologia analitica di Jung e fa parte del processo di individuazione. E' implicita, nell'idea stessa di rinascita, intesa come il risorgere della vita interiore, la speranza di cui stiamo parlando

In Aion, un opera del 1951, rimanendo dichiaratamente sul suo campo, medico-psicologico e fenomenologico, Jung mette simbolicamente in relazione:

- il processo di individuazione del singolo e i passaggi trasformativi e rigenerativi che lo accompagnano verso l’integrazione della personalità nella totalità del Sé;

- la figura del Cristo - visto come archetipo del Sé, immagine interiore di Dio;

- l’evoluzione storica del Cristianesimo fino alla moderna crisi della società occidentale nella quale circolano oggi nuove ombre apocalittiche.

Dice espressamente Jung “La scristianizzazione del nostro mondo, lo sviluppo luciferino della tecnica, le mostruose devastazioni materiali e morali che la seconda guerra mondiale ha lasciato dietro di sé, sono già stati paragonati più di una volta agli eventi escatologici predetti nel nuovo testamento” (p.37).

Più avanti: “Se nella tradizionale figura di Cristo riconosciamo un equivalente del fenomeno psichico del Sé, l’Anticristo corrisponderà all’Ombra del Sé, ovvero alla metà oscura della totalità umana che non dobbiamo giudicare troppo ottimisticamente” (p. 40).

Nella sua opera, Jung affronta coraggiosamente e ripetutamente il complesso problema del Male, a livello sia individuale sia collettivo, ritenendo che esso vada concepito non soltanto come privatio boni, assenza del bene, ma come qualcosa di più sostanziale e ineludibile, soprattutto quando lo si incontra a livello empirico.

Per Ombra Jung intende gli aspetti oscuri, le qualità inferiori, gli istinti primitivi, le perversioni, tutto ciò di disturbante che può ‘possedere’ l’essere umano fino alla distruttività di sé e dell’altro, anche in modo inconscio e apparentemente imprevedibile. Freud usava l’espressione: istinto di morte. Ora, una cosa è l’indagine scientifica, la conoscenza che per ottenere il suo fine deve rimanere neutrale e libera da ipoteche moralistiche, altro è penetrare, psicologicamente, nell’indagine stessa del rapporto tra etica, morale e male. Jung tenta di farlo sulla base della sua esperienza clinica di psichiatra e psicoterapeuta e dello studio approfondito della storia e delle produzioni culturali dell’umanità, distinguendo un’Ombra personale dall'Ombra archetipica collettiva.

Sulla prima, trattandosi dell’oggetto della sua professione, Jung è più ottimista:

“Con un po’ di autocritica si può arrivare con facilità a vedere l’Ombra, nella misura in cui essa è di natura personale... In altre parole, rientra nell’ambito delle possibilità di un uomo riconoscere il male relativo della propria natura; è invece un’esperienza rara quanto conturbante guardare in faccia il male assoluto” (p. 10)

Le ‘ombre oscure della morte’, sono dunque ombre che accompagnano in ogni epoca storica l’esistenza individuale e che i terapeuti dell’anima, quando trattano con le persone, sono chiamati a dissolvere o perlomeno a contenere, rendendole più coscienti e sopportabili.

Vediamo oggi quanto la lettura di Jung sia applicabile facilmente ai fenomeni sempre crescenti di crimini irrazionali, alla violenza sempre più diffusa, alla depressione come malattia sociale, alle varie dipendenze tossiche, che spesso della depressione sono solo un travestimento. La richiesta sempre più dettagliata di intervento terapeutico e riabilitativo è alta. Noi psicoterapeuti non siamo mai stati così tanti al mondo e così pieni di lavoro. Dicono a volte che abbiamo sostituito i preti o che siamo i preti dell’era moderna e post-moderna. Sicuramente siamo accomunati a loro, come ad altri professionisti della cura, anche nello stress e nel burn-out che il nostro lavoro comporta. Nella famiglia, a scuola, negli ambiti di lavoro, nei luoghi dello sport e del divertimento, potremmo dire ovunque, si affacciano ombre minacciose. E sto parlando delle società civile, della vita di tutti i giorni, non delle guerre o degli eventi straordinari.

Jung collega allo stato critico della società occidentale europea - ricordo che sta parlando negli anni ‘50! - anche le difficoltà del Cristianesimo, nel quale egli dichiara, tutti gli europei siamo ineludibilmente radicati. Tra queste difficoltà egli identifica quella a comunicare con l’uomo contemporaneo. Dopo aver tracciato lo sviluppo della società occidentale lungo l’asse scienza-materialismo-realismo e guardando ai futuri esiti di questa unilateralità con una certa perplessità, Jung dice: “Malgrado tutte le ben intenzionate assicurazioni in contrario, la cristianità assiste impotente a questo spettacolo. La Chiesa conserva un certo potere, ma pascola i suoi agnelli sulle rovine d’Europa. Il suo messaggio è efficace purché sia in grado di collegare il suo linguaggio, le sue immagini, le sue usanze con la comprensione del presente” (p. 165). Più avanti la sua analisi si amplia alla situazione generale delle società occidentali, tenendo sempre sott’occhio la posizione dell’individuo che la subisce, costretto poi a portare il suo disagio al medico.

Un altro punto critico da lui individuato in anticipo, almeno sul piano psicologico, riguarda la continuità della storia e della cultura. Premetto alla citazione che segue, che essa rende bene il tipo di ambiguità e malinteso cui l’opera di Jung può soggiacere. Si tratta della difficoltà a inquadrare il suo pensiero, definito alternativamente come spirituale o ateo, di destra o di sinistra, conservatore o progressista ecc., malintesi che si dissolverebbero tenendo presente sempre l’aspetto psicologico del suo ragionare e la sua grande libertà intellettuale nel testimoniare la sua epoca. E non dimenticando che era svizzero e aveva avuto un padre pastore protestante e che non si mai legato a nessuna ideologia politica.

I simboli

Parlando sempre dell’importanza del linguaggio, che deve veicolare quei simboli necessari a colmare la dissociazione della personalità individuale e collettiva - tra conscio e inconscio, tra bene e male, ecc. - e ribadendo la necessità di nuove vesti affinché i simboli possano ridiventare vivi e agire nella cultura, Jung osserva:

“L’attuale tendenza a distruggere, a rendere inconscia ogni tradizione, potrebbe tuttavia interrompere per centinaia di anni il normale processo di evoluzione e sostituirlo con un intervallo barbarico. Là dove predomina l’utopia marxista (siamo in pieno stalinismo) questo è già avvenuto. Ma anche una formazione prevalentemente tecnico-scientifica, tipica per esempio degli Stati uniti, può provocare una regressione spirituale e quindi un notevole incremento delle dissociazione psichica. Igiene e prosperità non bastano perché l’inidividuo sia sano; altrimenti gli uomini più ricchi e più illuminati starebbero meglio degli altri. Per quanto riguarda le nevrosi, le cose non stanno affatto così, al contrario. La perdita delle radici e l’abbandono della tradizione nevrotizzano le masse e le predispongono all’isteria collettiva. E questa richiede una terapia collettiva consistente nella privazione della libertà personale e nel terrore. Là dove predomina il materialismo razionalistico, gli Stati tendono a diventare non più prigioni ma manicomi “ (p. 170).

Anche in altri scritti precedenti, Jung ha mostrato una grande lungimiranza nella sua critica al sistema consumistico euroamericano. I suoi viaggi nel resto del mondo, in Africa, in India, i suoi contatti con gli indiani d'America, lo avevano disilluso sulla propria cultura e lo avevano messo in contatto profondo con l'autenticità e la naturalezza delle culture indigene, facendogli realizzare con chiarezza l'inevitabile deriva cui stava andando incontro la società occidentale.

Per Jung, e io condivido questa visione, esistono istinti dello spirito, necessità della psiche universale, che non possono essere né ignorati, né rimossi, pena la loro attivazione in forma perversa deviata: la ricerca di trascendenza è insita nell’esperienza umana, l’incontro con la sofferenza e il male sono inevitabili, solo la consapevolezza e la capacità simbolica permettono di sfuggire alla distruttività che accompagna, tanto quanto la trascendenza, la natura umana.

Speranza collettiva

Ed ecco riaffacciarsi la speranza. Ogni epoca, dice Jung ha i suoi simboli ed essi vanno cercati, lasciati emergere, compresi, riformulati.

Credo che negli anni successivi alle affermazioni di Jung, che ormai sono cinquanta e più, la situazione della Chiesa cristiana si sia molto evoluta, proprio lungo le linee che Jung raccomandava, nell’azione e nel linguaggio, ma sono anche interventuti altri fenomeni, allora imprevedibili, come la diffusione di altre religioni e il dialogo interreligioso che ne è scaturito. Anche l’economia e la politica internazionale sono cambiate, gli schieramenti ideologici, le appartenenze, tutto si va rimescolando a causa di interessi intrecciati in modo molto complesso.

Anche la presa di coscienza collettiva sta numericamente aumentando, mentre aumenta la perdita di coscienza indotta dai mass media e dalla diffusione del consumismo a tutto il pianeta. Come nella vita dell’individuo, nelle storie personali, esiste quella possibilità di salvezza, di uscita dall’Ombra, anche nella vita collettiva esiste la possibilità di risveglio dallo stato inconsapevole, di un confronto con il conflitto e la perdita, con gli opposti del male e del bene, senza risparmiarsi né il dolore né l’impegno a elaborarlo.

Presentimenti di future individuazioni, di percorsi vitali e sani per la sopravvivenza collettiva sono oggi presenti, nonostante il dilagare della manipolazione, della menzogna, dei poteri sfacciati e prepotenti.

Si stanno affacciando qua e là, barlumi, scintille, abbozzi di nuovi movimenti.

Dove li troviamo o li possiamo intra-vedere?

- Nel disagio psicologico sempre più diffuso, medicalizzato, impasticcato, che le psicoterapie efficientistiche, quelle studiate per adattarsi meglio ed essere inclusi nella follia collettiva, non riescono a lenire;

- nell'insoddisfazione di una parte sempre maggiore della collettività, che non si accontenta delle seduzioni del mercato;

- nelle coscienze più sveglie che sanno guardare lontano, conoscendo i tempi lunghi, che percepiscono la potenza sotterranea del dissenso, che intravedono i simboli aurorali anche nella cupezza;

- nelle militanze culturali che sanno rinnovarsi nelle idee e nei metodi;

- in questi e altri gruppi, in luoghi diversi, inclusi quei non-luoghi, come vengono anche chiamati, che sono la comunicazione via internet e le nuove forme di aggregazione per ora sfuggono a un controllo più stretto.

La pace come simbolo

In tutto questo, quale potrebbe essere sentito come simbolo nuovo, potente e vitale, condiviso e ancorato nel presente? Un terzo, una coniunctio oppositorum, degli opposti in conflitto, un tempo-spazio di rinascita?

A me sembra che possa essere il simbolo della pace o meglio la pace come simbolo .

"Il simbolo può dirsi vivo solo quando è, anche per chi osserva, l'espressione migliore e più alta possibile di qualcosa di presentito e non ancora conosciuto" Jung, 1921

La nuova speranza è quella nella sopravvivenza del genere umano, nella conservazione e salvaguardia delle risorse del pianeta.

Di fronte all’altro simbolo più o meno esplicitato, che oggi occupa l’inconscio collettivo - cioè la minaccia dell’Apocalisse - di fronte ai vari millenarismi, settarismi alimentati da miti a altre proiezioni collettive, credo che l’idea, l’immagine della pace abbia agito come catalizzatore trasversale, più ampio - globale - per molte diversità di vario genere, religiose, laiche, ideologiche, nazionali, sociali, culturali.

Le bandiere della pace che continuano a sventolare nel mondo rappresentano l’azione viva del simbolo, quella che ha bisogno dei sensi e delle emozioni, del riconoscimento reciproco, del linguaggio comune.

Eppure di pace si è sempre parlato, i movimenti pacifisiti esistevano anche prima, trattati di pace sono stati sempre firmati. Il messaggio cristiano da 2000 anni si pone come annuncio di pace. Cosa è cambiato, dunque? Le parole non sembrano bastare più.

Sembra che una forte speranza sia stata innescata ed espressa dal movimento di pace sorto spontaneamente, ovunque, dal basso di fronte all'ennesima guerra scatenata dall'alto.

Per quanto sia tutto troppo recente per essere interpretato, sul piano dello psichismo collettivo dell'Occidente c’è un parziale risveglio in corso, dopo l’intossicazione e l’addormentamento degli ultimi vent’anni circa. Non si sa bene cosa accadrà. Per questo serve la speranza e ‘l’operare la vita’, laddove si è, e si vive, dove si lavora, con i propri strumenti, ma almeno non più soli.

Inversione di rotta

Serve una inversione di rotta, che tuttavia sappiamo dover passare per un probabile collasso dell’attuale sistema economico. Serve di ritrovare entusiasmo per darlo alle nuove generazioni, oppure di lasciare che il loro entusiasmo emerga come sarebbe fisologico e naturale, interpretando il disagio giovanile anche alla luce delle responsabilità degli adulti, smettendo di indirizzare bambini e giovani verso un sistema malato che produce malattia, soprattutto nei più sensibili. Un’inversione di rotta così gigantesca che forse non ne vedremo l’esito, non la mia generazione. Ma non importa. Si lavora per il futuro, in un presente che comunque faccia sentire più integri, per quanto possibile.

Io, personalmente, non ho speranze in leader illuminati, in grandi gruppi, in movimenti globali imposti dall’alto, cioè nelle classiche logiche di potere che finiscono sempre per colonizzare e usurpare anche le piccole aree di autonomia e libertà.

Nutro più speranza nella crescita delle realtà piccole e locali, comunità, gruppi che scelgono di vivere diversamente, non allineati con i valori oggi dilaganti sui media e nella società dominata dal denaro, persone che poi si collegano tra loro e vanno avanti nella pratica quotidiana, che include l’impegno sociale.

Aspettando, sperando che il ciclo distruttivo si esaurisca, sperando di sopravvivere all’intasamento delle merci - chissà perchè si chiamano ancora ‘beni’? - dei rifiuti, degli scarti, sperando che insorga una graduale ma stabile e sensibile controtendenza, che scompaiano dalla scena gli idoli e le icone seduttive, sperando in una essenzialità e sobrietà che non è quella della ‘moda’ minimalista o dell’uso commerciale dei valori spirituali, cui assistiamo ormai sempre più spesso. Non c’è nulla che venga risparmiato all’accaparramento, neanche gli ideali.

Il nuovo è tutto da fare, e per ora siamo ancora troppo pochi per poteri troppo forti. Occorre davvero gettare l’àncora di speranza e ‘sperare’.

* Anche se io qui mi occupo del suo lato oscuro, l’Inconscio è soprattutto per Jung, anche altro. Egli distinse un Inconscio collettivo da aggiungere a quello personale ‘scoperto’ da Freud, e lo considerò anche nei suoi aspetti creativi, come un luogo che alimenta la fantasia e la funzione mitopoietica, come la sede degli archetipi, insomma come una fonte di ricchezza interiore. A parte alcuni autori come D. W. Winnicott e W. Bion, che tuttavia non ne fanno oggetto primario di analisi, né una categoria portante del loro sistema di pensiero, e altri autori vicini alla riflessione spirituale, come E. Drewermann, oppure V. Frankl, per fare degli esempi, non ho trovato molte tracce della parola speranza. In ambito junghiano, V. Kast ha dedicato alla speranza un certo spazio, insieme ad altri sentimenti ‘positivi’ psicologiamente rilevanti

 

 
 
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