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CURE E CULTURE, DIALOGARE CON L’ISLAM

Roma, 27 maggio 2005

Appunti su la psiche femminile tra anima e terra

Nel tempo che ho a disposizione cercherò di affrontare il tema di oggi, il dialogo con l’Islam, sperando di arricchirlo con uno sguardo interculturale e psicologico alla componente femminile. Ho raccolto 4 punti che ritengo possano rappresentare la mia posizione.

1) Il primo punto, più generale riguarda la creazione del dialogo.

L’educazione e la formazione offerte dalle istituzioni scolastiche italiane non ha mai veramente incluso lo studio di culture distanti da quella europea. Anche ora, le aperture interculturali sono lasciate alla sensibilità di alcuni insegnanti, all’interno di qualche progetto mirato, o alla curiosità dello studente. Questo riguarda naturalmente anche la cultura islamica. Al di là delle mode etniche e delle fantasie di integrazione che si affacciano qua e là, soprattutto nelle grandi metropoli, le persone che oggi cercano, in Occidente, di dialogare seriamente con l’Islam, hanno tutte percorsi individuali poco convenzionali e si trovano spesso in controtendenza rispetto al loro ambiente. Inoltre, è frequente che sia proprio la diversa visione della donna e della condizione femminile a diventare un fattore ostacolante e generatore di sospetto per quanto riguarda la conoscenza reciproca e l’incontro autentico.

Per quanto riguarda il mio percorso, ho cominciato a entrare nella cultura islamica durante i primi studi universitari, passando dalla porta della filosofia e della religione. Negli anni Settanta eravamo in pochi studenti a coltivare questi interessi. Il mio dialogo, intrattenuto soprattutto con il Sufismo, continua ancora. L’incontro più diretto, nell’ambito della cura, è venuto in seguito, circa vent’anni fa, dopo i miei studi psicologici e durante l’insegnamento e la consulenza di giovani stranieri in istituzioni scolastiche e accademiche internazionali. Tra essi c’erano anche giovani donne e uomini dei paesi arabi e di religione mussulmana.

Da allora e anche per motivi della mia vita personale, mi sono molto interrogata sul rapporto tra cure e culture e ho da poco concluso la mia lunga escursione su questo tema con un libro intitolato Su anima e terra.Il valore psichico del luogo. Questa fase rappresenta un ulteriore ampliamento del mio dialogo con l’Islam, che ha dovuto includere le più recenti e complesse vicende politiche internazionali, l’incremento della migrazione, la riflessione sui fenomeni sociali e psicologici che accompagnano la globalizzazione economica e la conseguente necessità di trovare nuovi equilibri e nuove integrazioni tra le diverse culture. Sempre in quest’ultima fase, che copre circa gli ultimi 10 anni, stanno crescendo proprio grazie alle donne, attraverso associazioni e reti di comunicazione e azione locale, le occasioni di incontro e collaborazione concreta nell’impegno per la pace, nella solidarietà per uno sviluppo contestualizzato, nel sostegno ai diritti umani e civili, nella tutela dell’infanzia e dei deboli,

I primi tentativi di dialogo con l’Islam, tra donne e tra culture, avevano sullo sfondo l’immagine monolitica della donna araba vittima, oppressa e mortificata dall’uomo. Il femminismo occidentale ha rivendicato per le donne islamiche – e di tutto il mondo - parità di diritti sul piano umano, civile, politico, soprattutto di fronte ad alcune pratiche considerate discutibili, che vanno dall’infibulazione, all’harem, all’uso del velo. Poi, con il pensiero della differenza, è nata una maggiore apertura alla conoscenza dall’interno, nello spirito di uno specifico Logos dell’estraneo.

2) Un secondo punto mi avvicina al campo della cura. Non potrò soffermarmi dal punto di vista clinico sul mio contributo al numero della Rivista di Psicologia Analitica che ha stimolato l’organizzazione di questo convegno, Dirò soltanto, come si evince dal suo titolo L’harem tra stereotipo e archetipo. Un luogo per l’identità femminile, che in esso è portante l’esigenza di uscire, sempre di più e sempre meglio, dagli stereotipi etnocentrici. Con questa operazione si otterrebbero infatti vari risultati: entrare con più chiarezza nella realtà e conoscerla meglio, quindi attenuare il sospetto, i pregiudizi e le resistenze, poi passare attraverso la condizione femminile per raggiungere un dialogo autentico su tutto il resto.

Il lavoro di Fatema Mernissi e la risonanza che esso ha raggiunto a livello internazionale è stato un passaggio cruciale su questa strada e gliene siamo grati. Il suo sforzo, e quello di altre donne del mondo arabo e islamico, ci permette come osservava Jung di conoscere meglio noi stessi e le caratteristiche della nostra cultura e identità. Nella sua autobiografia Jung, che eveva viaggiato in Nord e Centro Africa, sostiene: Abbiamo sempre bisogno di un punto esterno per poter adoperare efficacemente la leva della critica. Per esempio come potremmo renderci conto delle caratteristiche nazionali se non avessimo mai avuto l’occasione di considerare la nostra nazione dall’esterno? Considerarla dall’esterno significa considerarla dal punto di vista di un’altra nazione. Capisco l’Europa, il nostro problema più grande, solo quando vedo in che cosa io, come europeo, non mi adatto al mondo (Ricordi, sogni e riflessioni, p. 296).

La paziente Sofia, di cui parlo nel mio articolo, comincia il suo viaggio dal harem di un suo sogno, che non mostra solo le caratteristiche banalizzate dallo stereotipo occidentale – ben individuate dalla Mernissi – le quali per secoli hanno afflitto la cultura e l’arte europea, ma anche gli elementi archetipici che condurranno la paziente, unilateralmente adattata alla figura femminile emancipata e mascolinizzata della sua società, a realizzare una propria identità più piena e creativa, recuperando il rapporto tra donne, i tempi e le sensibilità che animano l’harem reale, conosciuto e descritto in prima persona dalla Mernissi. La stereotipia, la vignetta, della donna araba e mussulmana, alternativamente vista come l’odalisca compiacente dell’harem del sultano, o come la povera donna velata, reclusa e soggiogata, nella privazione dei suoi diritti a partecipare alla vita sociale, sta diventando anche sul piano mediatico sempre meno credibile.

3) Eccoci ora al terzo punto. Anche la stereotipia della donna occidentale, quella cresciuta nelle società tecnologicamente avanzate, che appare libera/liberata, autodeterminata, potente, soddisfatta di sé, piena di diritti e privilegi e altro che non sto a descrivere, comincia a incrinarsi diventando sempre meno credibile. Chi fa un lavoro di cura psicologica, si trova affollato soprattutto di donne che chiedono aiuto per sintomi e problematiche in aperto contrasto con le immagini dei massmedia che le rappresentano sempre giovani, belle e benestanti, intente alla cura del proprio corpo. Le donne e le madri comuni continuano a illudersi che la loro vita sia la più desiderabile, nonostante la frenesia e l’iperattività che le divora, nell’impossibilità concreta di vivere i rapporti più cari, di coppia e di famiglia, senza più né il proprio tempo né altro di ciò che si definisce come ‘proprio’ e autentico. La Mernissi argomenta bene sulle schiavitù invisibili delle donne occidentali … il capitolo conclusivo del suo libro sull’harem, sulla schiavitù della taglia 42 è illuminante.

Vogliamo davvero esportare questi dubbi privilegi, così come sono attualmente diventati, al resto delle donne del mondo? Privilegi che viaggiano impacchettati in quella globalizzazione economica nella quale non è facile discernere il vero diritto umano da un’esportazione di valori estranei alla cultura locale e pieni di allegati consumisti?

Ho conosciuto molte donne extra-europee dignitosamente povere, ma ricche della loro cultura, orgogliose anche degli aspetti meno comprensibili alla donna occidentale, ho conosciuto donne occidentali affascinate proprio da quegli aspetti della cultura islamica rifiutati da altre donne. Sul piano psicologico è tutto molto più complesso di quanto non appaia. Sicuramente una maturazione del dialogo richiederebbe ora più che mai di lavorare sulla conoscenza reciproca e sulla revisione degli stereotipi e dei pregiudizi, cominciando per la donna occidentale, dalla rimozione che sembra avvolgere le sue attuali schiavitù e reclusioni, comprese quelle autoprodotte.

Detto junghianamente: potrebbe esserci stato, sul piano dell’inconscio collettivo, un fenomeno di proiezione dell’ombra da parte della donna occidentale su quella medio-orientale, nel tentativo di compensare la debolezza di entrambe, invece di farsi carico del proprio patimento e continuare ad attraversarlo, casomai apprendendo dalle altre donne e culture. Senz’altro le donne nelle società economicamente avvantaggiate hanno molti più modi e occasioni per distrarsi dalle loro delusioni e rimandare scelte più radicali e coraggiose. Considerare peggiore la condizioni altrui e volerla redimere è un atteggiamento psicologico che può far sentire meglio, ma se si vuole anche sostenere l’altro, non va sminuita la sua forza, le sue tradizioni i suoi valori. A meno che non lo si voglia colonizzare …portandogli i propri valori come i migliori e gli unici possibili. Ma possiamo oggi dire onestamente che i nostri lo siano? Sul piano psicologico individuale e collettivo?

La parola ‘rispetto’ viene sempre accostata all’idea del dialogo e dell’incontro con ciò che è altro da sé, non solo in ambito psicologico e psicoanalitico. L’ascolto, la consapevolezza della realtà altrui è la premessa di qualsiasi relazione. Quando dico la psiche femminile tra anima e terra, che è il titolo che ho dato a questo mio breve intervento, intendo affermare che primaditutto le donne di ciascuna cultura dovrebbero giungere a rispettarsi, sé stesse e l’altra da sé, tenendo in considerazione sia la loro terra – dove terra è la dimensione della realtà, della storia e dei suoi limiti e potenzialità – sia la loro anima, la loro dimensione spirituale, l’individuazione più profonda e interiore meno soggetta ai condizionamenti dello spazio e del tempo.

4) Ora, il quarto e ultimo punto. Voglio aggiungere qualcosa sul rapporto tra psicoterapia e diversità culturale, riallacciandomi alla mia paziente Sofia.

A parte il lavoro con pazienti stranieri che richiede una revisione critica in costante aggiornamento della teoria psicoanalitica originaria, anche nel lavoro con i pazienti della propria cultura compaiono elementi che indicano la presenza dell’altro come straniero, con il suo mondo, i suoi luoghi, i suoi simboli. Soprattutto oggi, data la sempre maggiore circolazione di stimoli multiculturali. Il pre-giudizio e lo stereotipo interpretativo, anche silenzioso, può nascondersi nella mente dell’analista, depositandovi nel bene e nel male, la visione di ogni determinata cultura diversa dalla propria. Questo fatto psichico può influenzare a livello controtransferale il rapporto analitico. L’oggetto mentale harem, nella psiche della donna Sofia è stato cosa originale e diversa sia dal harem nella coscienza collettiva occidentale sia da quello dell’inconscio culturale - l’anello intermedio tra inconscio personale e collettivo - che alcuni junghiani propongono per spiegare quel tessuto collettivo di emozioni, sogni, simboli, che accomuna gli appartenenti a una stessa cultura,

L’immagine del harem è diventata, per Sofia, un simbolo personale che intuisce tuttavia, dietro alla lettura stereotipata, un valore positivo e vitale. Come se il gioco degli opposti che anima la psiche fosse sempre ineludibile. Accettare quest’ultima posizione teorica ci garantisce dall’unilateralità, positiva o negativa, che spesso avvolge le esperienze di culture diverse, dall’infatuazione idealizzante alla paura e al disprezzo che danno luogo al razzismo e alle discriminazioni.

Insieme prima a Sofia e poi a Fatema, ho incontrato anche io un luogo interiore straniero, tutto da scoprire, una terrazza proibita/privata, con le sue norme e protezioni, un luogo concluso e non solo recluso, di condivisione, rispecchiamento tra donne, di saperi e pratiche di donne, madri e bambini, un luogo di quiete, di cura di sé e della propria bellezza – senza l’angoscia della linea, delle taglie e delle mode – un luogo per tutte le donne della famiglia, anche quelle sole e anziane, un luogo in cui trova spazio l’eccedenza femminile, il suo immaginario e il suo codice comunicativo. Se avessi reagito al harem di Sofia con le fantasie più spontanee relative al rapporto con il maschile dominante, con teorie centrate sulla sessualità e la seduzione, o la competizione tra donne o chissà che altro ancora, avrei mortificato un processo delicato ai suoi albori, togliendo a Sofia la libertà di spogliarsi di tutto il peso che l’adattamento all’efficienza della donna moderma le aveva depositato addosso.

Smontare le proprie certezze o far luce sulle inconsapevolezze personali, di gruppo – per esempio il gruppo degli psicoterapeuti oggi qui riuniti– e anche collettive, è un altro passo di avvicinamento per qualsiasi dialogo nel quale, oltre che nutrire la relazione, soprattutto ci si arricchisce per primi, arricchendo infine anche l’altro a cui era inizialmente diretta la nostra attenzione. Si tratti di individui o di culture. Cura te ipsum, innanzitutto, dice il saggio al medico!

 
 
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