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MISANO ADRIATICO14.10.05

KATASTROPHE’ Nuovo inizio

ELENA LIOTTA

Seguendo la via del proprio smarrimento: il coraggio di osare

un mutamento radicale

La storia di Fatima la filatrice e la tenda , racconto Sufi Figlia di un ricco filatore, un giorno Fatima partì con il padre per un viaggio. Mentre veleggiavano verso Creta si alzò una tempesta e la nave naufragò. Fatima si ritrovò svenuta su una spiaggia, non lontano da Alessandria. Suo padre era morto e lei era rimasta completamente priva di tutto. Mentre vagava sulla spiaggia incontrò una famiglia di tessitori, gente povera, che la condusse a casa loro e le insegnarono i rudimenti del mestiere. Così Fatima iniziò una seconda vita e, nel giro di un anno o due, si sentì felice e riconciliata con la sua sorte. Un giorno però, mentre stava passeggiando sulla spiaggia, sbarcarono dei trafficanti di schiavi e la portarono via insieme ad altre giovani prigioniere, per venderle al mercato di Istanbul. Ora, in quel giorno c'erano pochi compratori, tra cui un uomo che cercava schiavi per il suo cantiere di alberi per navi. Vedendo la tristezza della povera Fatima decise di comprarla, pensando di offrirle una vita migliore di quella che avrebbe avuto con un altro padrone. L'avrebbe data a sua moglie come domestica. Ma quando arrivò a casa scoprì che i pirati avevano depredato tutti i suoi averi e, non potendo più permettersi degli operai, lui, la moglie e Fatima dovettero mettersi da soli a lavorare alla costruzione degli alberi. Avendo operato bene, anche per riconoscenza, Fatima fu affrancata e divenne una fidata collaboratrice della famiglia. La sua vita conobbe di nuovo una relativa felicità. Essendo così capace, il suo salvatore la inviò fino a Giava come agente per vendere un carico di alberi. Mentre si trovava al largo della costa cinese, Fatima si imbatté in un tifone e naufragò. Si ritrovò di nuovo buttata sulla spiaggia di una terra straniera, Di nuovo pianse amaramente al pensiero che nella vita nulla si svolge secondo le aspettative. Ogni volta che le cose sembravano andare bene, succedeva qualcosa che distruggeva tutte le sue speranze. Pe la terza volta gridò: "Come mai ogni volta che cerco di fare qualcosa finisce male? Perché sono sempre perseguitata dalla sfortuna?" Ma non ottenne risposta. Si rialzò e si diresse verso l'interno. Ora, in Cina, nessuno aveva mai sentito parlare di Fatima e delle sue disgrazie, ma esisteva una leggenda secondo la quale un giorno sarebbe arrivata una straniera che sarebbe stata in grado di costruire una tenda per l'imperatore, cosa che nessuna altro sapeva fare. Per essere sicuri di non perdere questo arrivo, periodicamente venivano inviati araldi in tutte le città per condurre a corte le donne straniere. Lo stesso giorno che giungeva l'araldo, Fatima entrò nella città e, una volta a corte, alla domanda se sapesse fabbricare una tenda, ella rispose: "Penso di sì". Chiese delle corde, ma non ce n'erano. Allora si ricordò del tempo che era stata filatrice. Poi chiese un telo resistente, ma i cinesi non avevano il tipo che serviva. Attingendo all'esperienza di tessitura fatta ad Alessandria fece il telo da tenda. Aveva poi bisogno di pali adatti, ma di nuovo non c'erano quelli giusti. Fatima si ricordò di ciò che aveva imparato dal costruttore di alberi e li realizzò. Quando furono pronti frugò nella sua memoria per ricordarsi di tutte le tende che aveva visto nei suoi viaggi: e fu così che una tenda venne alla luce. Quando questa meraviglia venne presentata all'imperatore egli si offrì di esaudire qualsiasi desiderio Fatima volesse esprimere. Fatima scelse di stabilirsi in Cina dover sposò un bel principe e visse felice circondata dai suoi figli, fino alla fine dei suoi giorni. Fu grazie a tutte quelle avventure che Fatima capì finalmente che ciò che al momento le era sembrata una dolorosa esperienza aveva invece giocato un ruolo essenziale nell'edificazione della sua felicità definitiva

La storia di Fatima riassume in forma narrativa tutto ciò che il titolo del mio intervento di questa sera vorrebbe comunicare: Fatima si smarrisce, segue la via del proprio smarrimento e affronta con coraggio ogni nuovo inizio della sua vita.

Il mio compito diventa ora contestualizzare il senso della storia nel nostro scenario contemporaneo e all’interno del tema scelto per questa iniziativa che è Katastrophè, nuovo inizio, ed entrambi rispetto alla mia esperienza professionale di psicoterapeuta che ascolta chi si è smarrito e lo aiuta a ritrovarsi e riprendere la sua strada.

Seguire la via dello smarrimento individuale è stato per me anche un modo per giungere alla radice del malessere collettivo e scoprire che il coraggio necessario per il mutamento è lo stesso che serve sia all’individuo nella sua esistenza sia alla società per a sua evoluzione psicologica collettiva.

Direbbe addirittura Jung, che se la presa di coscienza non ha luogo a livello individuale, ciò che viene imposto o proposto da pochi e dall’alto, non diventerà mai efficace. Il mutamento che viene dal basso, dal piccolo, dai molti, equivale a cambiare il mondo senza dover per forza prendere il potere, come dice il titolo di un libro (J. Holloway), e soprattutto senza fare guerre, che necessarie non dovrebbero essere mai.

Io vedo e testimonio che a livello di individui e piccoli gruppi ci si può riprendere dallo smarrimento e si possono operare trasformazioni dalle quali non si torna indietro. Se questa sorta di teorema ha un briciolo di senso, forse anche a livello collettivo più allargato, prima o poi ci si potrà arrivare. Intanto ogni generazione può fare un passo in tale direzione. Ci vuole un’immensa pazienza, in una visione di speranza, di ottimismo nonostante tutto.

Catastrofi e psicoanalisti

Un primo argomento. Da sempre esistono figure che accompagnano gli esseri umani durante le loro difficoltà, nel culmine delle crisi, verso la guarigione, se di malattia si tratta, o verso il recupero delle forze per continuare a vivere, se altre catastrofi hanno colpito la loro esistenza. Non è sfuggito, neanche nell’antichità, che queste figure di sostegno possono intervenire in modo efficace e alcune volte anche risolutivo, proprio perché, a loro volta, hanno conosciuto in prima persona il dramma della perdita e soprattutto hanno poi vissuto anche la possibilità e la gioia del ritrovamento (la figura del guaritore ferito).

Dice Jung: quale che sia l’itinerario del paziente e la sua meta, lo psicoterapeuta non potrà condurlo più in là di dove egli stesso è arrivato. Il senso di queste parole è sottolineare l’importanza della preparazione e dell’evoluzione interiore del terapeuta, anche se aggiungerei, molte volte si percorrono insieme nuovi territori e il terapeuta impara e si evolve insieme al paziente. Io ringrazio sempre i miei pazienti per tutto quello che attraverso di loro ho imparato, non solo professionalmente ma per la mia vita stessa.

La ‘neutralità’ attribuita alla figura dello psicoanalisista, quella distanza che in tutte le vignette lo descrive appollaiato sulla sedia, col taccuino in mano, mentre il paziente sul divanetto si perde nelle proprie fantasie, è uno stereotipo molto distante dalla vera relazione terapeutica. Nel viaggio avventuroso della psicoterapia emerge la centralità della relazione - anche se esistono nuclei irraggiungibili e incomunicabili di solitudine, come sostiene D.W. Winnicott. Ciò che conta è che lo smarrimento viene vissuto in presenza di qualcuno che lo testimonia, estraendolo dal caos delle emozioni senza nome.

In questo senso anche la psicoterapia può essere vista come una pratica di katastrophè, cioè un continuo capovolgimento della propria visione della vita e di se stessi che apre a ripetuti nuovi inizi.

Catastrofi di altro genere – seguendo il senso più conosciuto della parola - affiorano comunque nelle storie individuali: memoria di tragedie accadute in passato, alla propria famiglia o gruppo di appartenenza, impressioni profonde delle tragedie che continuano ad accadere nel presente e a minacciare il nostro pianeta (vedi Psiche e guerra, raccolta di saggi di psicoanalisti dopo l’11 Settembre, Manifestolibri), ad opera della natura e per mano dell’uomo, grandi eventi distruttivi trasmessi nelle fantasie, nei sogni e nelle visioni delle singole persone e delle loro comunità, e nelle loro produzioni culturali (mito, religione, arte, filosofia).

C’è qualcosa di innegabilmente affascinante per la mente umana, nell’idea di distruggere per poi ricostruire . Lo vediamo nelle forme estreme e deliranti della malattia mentale, nella paranoia, nella maniacalità, nella depressione grave e catatonica. Lo vediamo nelle forme più blande di alcune nevrosi, che tendono comunque a drammatizzare la perdita e il ritrovamento, nel gioco dei bambini, nei giochi degli adulti, fino a comportamenti che esprimono il bisogno imperioso di cambiare disfandosi del vecchio, pur se ancora funzionale, per far entrare il nuovo. Lo si fa con gli oggetti, con le persone, con le attività.

La promessa del nuovo , darsi una nuova possibilità, un’altra occasione, rimuove l’angoscia di ciò che appare compiuto, finito, definitivo, quindi noioso, inerte, forse morto. La fantasia della novità ci mantiene nel regno del Puer, del futuro ancora tutto da vivere, del progetto da realizzare, dell’amore da espandere, costringendoci a continue catastrofi – destrutturazioni – di tutto ciò che comincia invece a organizzarsi con stabilità, ad approfondirsi, ad acquisire spessore con le ombre. Non lo dimostrano forse con chiarezza i rapporti amorosi? Il terrore profondo della vera intima vicinanza che supera addirittura l’angoscia della perdita?

Anche dopo le grandi catastrofi collettive la prima risposta ricostruttiva è potente, entusiasta, solidale, ma poi, come procede nel tempo? Quante ricostruzioni interrotte, abbandonate, quante provvisorietà che diventano routine?

Mi sembra utile demistificare alcuni aspetti del tema che stiamo trattando per illuminarne quelli più autentici. C’è un catastrofismo teatrale e pretestuoso (molto funzionale alla società dello spettacolo e dei consumi) – distruggere tutto e rinnovarsi senza cambiare nulla di sostanziale – e c’è una katastrophè che apre a un vero nuovo inizio, trasformativo dal punto di vista interiore, con attraversamenti dolorosi, vissuti di perdita e tempi lunghi di elaborazione.

Riecheggiano allora frasi del tipo: bisogna perdersi per ritrovarsi, per rinascere bisogna prima morire a se stessi, deve prima morire una parte di sé (e il problema diventa spesso: ma quale?), oppure che la parte vecchia deve lasciare posto alla nuova (anche qui, ma quale?), che bisogna lasciare andare gli attaccamenti, i condizionamenti, separarsi internamente, e altro ancora. Tutte ingiunzioni un po’ rigide, inquietanti, misteriose, che a loro volta richiedono di essere deletteralizzate e ridimensionate rispetto alla seduzione delle esperienze forti, radicali e risolutive, le quali danno origine non di rado a comportamenti impulsivi, rischiosi e altre catastrofi, che non avranno mai nuovi inizi (le inspiegabili vicende umane dietro a certe tossicodipendenze letali e certi giochi d’azzardo dei giovani).

Con queste mie osservazioni vorrei ridimensionare una visione psicologica dell’esistenza modellata su tappe e su vicende archetipiche di eroi che prima si perdono, poi fronteggiano prove drammatiche e sovrumane, draghi da sconfiggere, principesse da liberare, e infine conquistano tesori che vittoriosi riporteranno a casa, dove ancora combatteranno per affermarsi e regnare, si spera finalmente in pace.

Mi piace la storia di Fatima, per lo stile umano e sobrio che propone davanti alla katastrophè dell’esistenza, per la qualità simbolica che offre legata più al come che non al cosa, per la forma del movimento che suggerisce, non lineare accrescitivo, ma circolare/spirale e sintetico.

Infatti, l’aspetto della catastrofe/mutamento può essere avvicinato anche attraverso le vicende di una vita ‘comune’ apparentemente senza drammi grandiosi e senza mito, di persone che sono ciascuna unica e irripetibile, pur trovandosi in una società di massa, iscritta in un periodo storico e incisa da molte contraddizioni, un periodo complesso, come il nostro.

Io rimarrò quindi vicinissima a queste persone comuni, alle vite normali e a ciò che rilevo quotidianamente dalle mie comunicazioni interpersonali negli scambi sia professionali sia amichevoli e più informali.

Lamentazioni collettive

Un secondo capitoletto . Il fatto reale da cui parto per condividerlo con voi, è il coro unanime sulla crisi generale in cui ci troviamo - che ormai va di pari passo con l’argomento di conversazione più comune, cioè il tempo meteorologico. Appena smarcati i convenevoli, i primi argomenti che vengono trattati, con toni accesi ed espressioni preoccupate, sono le notizie più gravi di cronaca e di attualità, l’aggiornamento sul carovita, la cronaca violenta, le riforme legislative, ecc. A volte ascolto soltanto i dialoghi altrui, in un negozio, per strada, persone anziane che compiono analisi brevi e lapidarie e previsioni lungimiranti, delle quali gli esperti che si pronunciano ufficialmente in lungo e in largo sembrano diventati incapaci. La cosiddetta società civile appare indubbiamente più avanti, sul piano umano e psicologico, di quanto non siano le compagini politiche e amministrative. Puntualmente si verificano anno dopo anno, le ‘previsioni di strada’, le chiamerei così, anche su argomenti difficili, come le guerre, l’economia, i fenomeni sociali, le questioni sanitarie e scolastiche, la ricerca scientifica, l’ambiente, i rifiuti e tutto il resto.

La catastrofe, anche senza il clamore dell’evento grandioso, è già in atto, nella vita di molte famiglie, nei fallimenti di piccoli esercizi commerciali, nell’ impossibilità naturale a procedere di tanti giovani, sul piano del lavoro e della costruzione di una famiglia, nella preoccupazione di molti anziani rispetto alla salute e una fine dignitosa della vita, nella fatica mostrusa delle donne e delle famiglie, poco o per nulla sostenute nella realtà, checché ne dicano le politiche ufficiali.

Nelle città, ma purtroppo anche nella provincia e nelle campagne, lo stesso stile di vita metropolitano avvinghia ormai le persone, tra l’automobile, gli orari impossibili, il tempo che manca sempre, il costo alto di servizi e beni di consumo per mantenere un certo tenore di vita e di abitudini, insomma si riesce a sentire con forza la crisi del sistema anche laddove potrebbe risultare meno pesante. E la lamentazione, il tam tam delle parole scambiate tra le persone, è un segno avanzato del patimento collettivo.

Affermava Jung già negli anni ‘20 che la nevrosi è un tentativo malriuscito dell’individuo di risolvere un problema collettivo, generale . Dovremmo concludere che gli individui di oggi si stanno molto impegnando!

Ho dettagliato altrove questi argomenti, per esempio raccontando delle solitudini nella società globale, della speranza nei tempi di caos, del rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente, della migrazione e dell’esilio, delle sofferenze che il nostro sistema sta oggi spargendo a piene mani, sofferenze forse nuove nella forma e nelle occasioni, rispetto a quelle del passato, ma di certo non meno drammatiche. E mi riferisco alla qualità psicologica della vita in generale, non alla psicopatologia.

Diventa facile sostenere a questo punto che: il progresso solo economico e tecnologico non porta né individui né società, a miglioramenti sul piano psicologico ed etico/morale .

Per Fatima è stato più semplice. A ogni catastrofe del suo mondo faticosamente costruito e poi perduto, la vita si è potuta rinnovare. Il mondo di Fatima era grande e sconosciuto, poteva essere legittimo aspettarsi qualcosa dietro l’angolo, anche un’opportunità positiva. Ma oggi è ancora così?

C’è dunque aria di catastrofe, c’è poco da stare allegri nell’attesa del nuovo inizio e c’è anche preoccupazione per come si risolverà la crisi.

Katastrophè, parola tratta dal vocabolario teatrale antico, è il momento dello scioglimento dell’intreccio nella tragedia, quello finale del crollo, del rovesciamento (letteralmente ‘voltare giù’, detto anche dei coltivi), è l’emersione del segreto, la resa dei conti. Se comparato o accostato ad ‘apocalisse’ (svelare, velare da) spesso usato come sinonimo, il termine catastrofe ha un senso di forte movimento, rumoroso, rispetto al valore profetico di cambiamento di piano, verso una nuova vita, vita dello spirito, simbolica, eterna.

Religioni, laicità e psicologia del profondo

Solo una notazione. La Bibbia e uno dei libri sacri più ricchi di esempi sia catastrofici sia apocalittici, una vera miniera. Dal punto di vista psicologico, la storia, e non solo la religione, dell’Occidente, sono influenzate da una visione sostanzialmente pessimista, oltre che eroica, una visione che ruota intorno alla sopravvivenza tra perdite, esilii e sofferenze varie, tra conquiste e riconquiste territoriali, con alleanze e punizioni nel rapporto tormentato con Dio. Questo aspetto belligerante rappresenta senz’altro una parte della natura umana, ma non tutta. Sicuramente e storicamente più maschile che femminile. Il peso delle dinamiche di potere è qui notevole (katastrophè, in greco ha anche il significato di sottomettere, mettere sotto, assoggettare) insieme alla passione per le sfide.

Ad eccezione della mistica , che mostra numerose affinità in tutte le religioni, è difficile trovare spunto nella letteratura sacra dell’Occidente per un discorso sulla catastrofe e su un nuovo inizio che sia realizzabile sul piano solo psicologico. Abramo, Mosé, Giobbe, hanno tutti una fede incrollabile, che non si smarrisce mai, forse tentenna, si arrabbia, ma rimane ferma sul suo cardine interiore. Le catastrofi accadono, ma loro resistono.

Sarebbe troppo lungo, per il contesto di stasera, argomentare meglio il rapporto tra psicologia del profondo e religione intorno al tema della catastrofe, anche se Jung ha molto esplorato l’argomento, trattando di morte e rinascita nel mito e nella religione, delle vicende dell’eroe in quanto archetipo del viaggiatore e del cercatore interiore, della figura del Cristo assunta come immagine del percorso interiore individuativo che culmina nel Sé trascendente.

Ho voluto scegliere un’altra strada, con la storia di Fatima tratta dalla tradizione Sufi. Non solo per i motivi già detti, ma anche in quanto storia di donna anonima e laica. Questo mi permette di mantenermi su un gradino psicologico di base, quello del saper sopravvivere e vivere. Non basso, non semplicistico, ma basilare.

Come spesso dico ai miei pazienti o amici credenti, per loro le catastrofi e gli smarrimenti dovrebbero essere tutta un’altra cosa, rispetto a chi non ha il sostegno della fede. Invece non sembra essere così.

Fatima, è diventata quindi una figura simbolica adatta per una posizione laica che non mette limiti a nessuna fede.

I rivolgimenti e le ricostruzioni della vita, qualora non ci sia il dono della fede che spinge e contiene, possono acquisire senso e spessore nel tempo attraverso l’esplorazione psicologica, l’autoconsapevolezza, che discrimina la componente interna e personale dagli eventi esterni, misurando la loro commistione ed estraendone un valore altamente individualizzato, cioè la propria storia, quella del soggetto, che si snoda nella comunità, nella dimensione collettiva, sempre a cavallo tra i due mondi. Ciò che chiamiamo memoria o memoria collettiva.

Lasciando ora Fatima, rilevo soltanto un ultimo elemento che la caratterizza come protagonista di una storia ‘orientale’ (ci sono storie cinesi molto simili) e che possiamo riprendere per il nostro discorso:

il fatto che ogni passaggio della narrazione rimette in discussione – stravolge, rivolta – quello precedente. In questo senso la sua è una storia catastrofica che finisce bene. Cioè nel momento positivo, l’ultimo che ci è dato di conoscere. Non si può dire se ciò che accade e appare essere come ‘un male’, una disgrazia, è in realtà la premessa di ‘un bene’ maggiore di quello perduto o di uno comunque nuovo, e viceversa.

La fine della storia rappresenta un culmine di integrazione, una sintesi che il coraggio della protagonista riesce a realizzare, un valore estratto dall’esperienza di una vita piena di luci e di ombre, tutte vissute fino in fondo.

Qualcosa di possibile a chiunque, con la specificità delle proprie vicende e con i personaggi, i luoghi, gli scenari della propria vita, più o meno eclatanti che siano. Provate a raccontarvela anche voi, la vostra storia, tra catastrofi e nuovi inizi.

Questo punto, può diventare una proposta metodologica che dice: non prendiamo tutto ciò che di negativo accade come se fosse l’ultimo passo di tutta la vita. Mentre si attraversa l’evento, così come si riesce, dovremmo cercare sempre di lasciare aperto uno spiraglio, un dubbio sul dopo, poiché ciò che noi facciamo dell’evento, come lo interpretiamo, se gli permettiamo agire dentro di noi, di circolare nelle nostre relazioni, il come lo registriamo nella memoria, tutto questo peserà sulla nostra storia quasi altrettanto dell’evento stesso.

Occorre lasciare spazio, intorno agli eventi, lasciare che riecheggino, che affondino nella storia dell’umanità, che guardino avanti, intorno, dentro, nel cuore degli altri, e quindi permettere che anche i più atroci dei dolori possano continuare a respirare insieme a noi.

Wilfred Bion, uno psicoanalista inglese nato e vissuto durante l’infanzia in India, ha usato espressioni come ‘apprendere dall’esperienza’ e affrontare il ‘cambiamento catastrofico’, a livelli molto profondi dell’esperienza psicologica, raccomandando un ascolto e un sapere nei confronti dell’anima, raggiungibili ‘senza desiderio, né memoria né conoscenza (del già conosciuto)’. Una modalità che potremmo definire più contemplativa che interpretativa, una parola trasfigurata, più poetica che non lineare-razionale, più vicina ai paradossi e alla complessità della psiche umana.

Smarrimento, resistenze e coraggio

Inoltrandomi nella direzione suggerita dal mio titolo, quella di seguire la via del proprio smarrimento, cercherò ora di spiegare più in dettaglio in che cosa consiste e quale è il coraggio necessario.

Per smarrimento io intendo, con diverse tonalità conseguenti all’evento, quel vissuto tra l’attonito, lo spaventato, il depresso, il vuoto, lo sprofondato, il non saper più nulla, che è la catastrofe interiore, quando tutto è già accaduto. Break down (‘rottura giù’, collasso, cedimento, scomposizione, decomposizione e altro). Così lo definiva Winnicott, intendendo lo stato d’animo annichilito che sopravvive nella memoria emotiva, impronta di traumi infantili che una ragione immatura non ha potuto elaborare, catastrofe ri-proiettata in avanti, come un imprinting che si catapulta sulla realtà attuale.

Ogni vita può avere i suoi piccoli o grandi traumi, accaduti nell’infanzia o nell’età adulta e la differenza nel poterne sopportare il peso dipenderà dalla capacità dell’Io, più o meno maturata, e anche dal contesto di sostegno, prima famigliare e poi sociale. Se queste tre componenti – capacità dell’Io, famiglia, comunità - latitano o risultano insufficienti, la catastrofe non riesce a far spazio a un nuovo inizio. Il che spiegherebbe l’angoscia di vivere e la dimensione di panico e di ansia costante di alcune odierne sindromi psicologiche e psicosomatiche di ampia diffusione, che hanno la cosiddetta depressione-ansiosa quale matrice comune.

A livello individuale, per far fronte a tutto ciò che ha un impatto traumatico, la psiche mette in moto delle difese spontanee, vere e proprie resistenze strategiche, come la negazione del fatto doloroso o frustrante (non è mai accaduto), la scissione (non accade a me, non sono io), la svalutazione (non è successo niente di grave), la proiezione (è un problema, una colpa, oppure un difetto degli altri, non mio), la formazione reattiva (adesso prendiamo la cosa in mano e risolviamo tutto), la costruzione di un falso sé (nessuno lo deve sapere, mi nasconderò, anche a me stesso), e altre che non sto a dettagliare.

Insomma, nonostante il sistema psicofisico umano sia predisposto a sopportare la sofferenza, gli esseri umani cercano in tutti i modi di soffrire il meno possibile. Ma non ci si riesce mai del tutto, se non in apparenza o per breve periodo. Oppure ci si riesce, ma la vita che ne risulta è soffocata, coartata, a mezzo respiro, quando non cronicamente ammalata. Alcuni chiamano genericamente questo stato d’animo turbato, teso: angoscia di vivere, inquietudine esistenziale, sete di assoluto. Poeti, letterati, artisti e filosofi in generale ci portano testimonianze di questo stato di perenne insoddisfazione degli esseri umani. Sembra quasi che essi non si rendano conto – oppure se ne rendono conto disperatamente – della finitezza della vita.

La consapevolezza di Sé, della vita e della morte

La catastrofe finale dell’io , cosciente, o meno, di esistere, è infatti inevitabilmente la propria morte.

Sotto il titolo angoscia di morte si potrebbero raggruppare dalle malattie mentali gravi ai comportamenti nevrotici, a tutta una serie di pensieri e azioni che gli esseri umani mettono in moto, fino alla produzione della stessa civiltà e della cultura (Freud). Il discorso intorno alla morte, tratta di un fatto così ovvio, reale, inevitabile e ineludibile, che per contrasto dovrebbe evocare, e con molta prepotenza, il valore prezioso e irrinunciabile della vita, in qualsiasi condizione, anche la peggiore, spingendo a salvarne ogni briciola finché siamo vivi. Tanto si può dire con ironia, avremo tutto il tempo per essere morti!

Ma questo passaggio di pensiero e di atteggiamento per molti non è né immediato né facile. C’è un diffuso accanimento a volere che le cose siano altre da quelle che sono, anche se nessuno può farci nulla. Tante volte mi sono trovata dinnanzi a questo impaccio risultando chiarissimo quanto l’angoscia di morte diventi invece proprio l’alibi, la difesa più massiccia, di fronte alla vita da vivere nel presente, l’unica realmente accessibile.

Prendo come esempio maggiore – per tanti altri eventi minori – quello del lutto - cioè la catastrofe interiore per la morte altrui – dal quale risulta bene quanto la perdita sia sempre mescolata, prima in modo confuso e poi più integrato, con il nuovo inizio.

Chi, ormai adulto, non ha dovuto attraversare qualche lutto? Chi può dire di non essere cambiato dopo la morte di un genitore, di un partner, di un caro amico o di una figura comunque significativa?

E ora, passiamo al il coraggio, che ho messo nel mio titolo, il coraggio di osare un mutamento radicale . Non possiamo parlare di vero e proprio coraggio quando siamo, volenti o nolenti, dinnanzi a fatti irreparabili. E’ così, il fatto è quello e basta, dobbiamo rassegnarci, accettare, adeguarci … queste sono casomai le parole che affiorano.

Coraggio è un’altra cosa, è lasciare che si faccia strada una forza dirompente, è sentire la presenza del rischio e, conseguentemente, la chiamata a una scelta . Ha a che vedere con la libertà.

Domadiamoci, ad esempio se serve più coraggio per sopportare il dolore di una perdita o per fare spazio a ciò che la perdita ha prodotto dentro e intorno a noi? Se serve più coraggio ad andare avanti sul vecchio solco o a lasciare che l’ autenticità messa in moto dal dolore, sconvolga le aspettative personali e i piani collettivi?

Da quello che vedo nella mia esperienza di lavoro è più spesso la seconda situazione a causare pena e difficoltà alle persone.

Come perdita non esiste solo il lutto, naturalmente. Ci sono molte altre separazioni e mancanze, qualsiasi evento che sconvolge, smuove internamente, frantuma assetti precedenti, crea spazio per il nuovo (la fine di un rapporto amoroso o amicale, la perdita dei luoghi, della propria terra, l’esilio, la migrazione, un fallimento nel lavoro, altro). Non accogliere il nuovo, diventa una sorta di offesa alla vita, spesso dovuta all’incagliarsi negli orgogli onnipotenti – questo non doveva succedere, non a me! – nell’attaccamento mortifero a ciò che non esiste più, invece che coltivare il ricordo affettuoso di ciò che è stato, nel bene nel male, cioè una parte importante della nostra vita.

Ma come si fa la strada del coraggio?

Torniamo al lutto . Sono stata spesso consultata da uomini e donne che chiedevano sostegno per la katastrophè personale determinata dal lutto. Stavano male, soffrivano troppo. Così dicevano, confondendo il dolore per la perdita con il crollo psicologico personale, che non sono la stessa cosa. Volendo liberarsene al più presto, del confuso malessere, gettando via anche se stessi. Tutte persone intelligenti, mentalmente sane, socialmente adattate. Mi sono spesso sorpresa nel constatare che il loro lutto era a volte recentissimo – una settimana, un mese, qualche mese e ho pensato: ma come possono solo immaginare di stare ‘bene’ di ‘superare il lutto’ così in fretta? Forse con qualche esercizio particolare fornito dal dottore? Quella ‘tecnica’ che a volte richiedono quando affermano: dottoressa, questo l’ho capito, adesso però mi dica cosa devo fare! Fare, fare, efficienza, efficacia, superamento, sfida, soluzioni … tutte parole che sconfinano nell’onnipotenza volontaristica, nell’orgoglio egoico, tutte da cancellare dal dizionario della maturazione psicologica.

In questi casi, rivedo le giacche con il nastro del lutto o i bottoni neri di un recente passato, la vita ritirata di chi era ‘a lutto’ e che tutti rispettavano, periodi che duravano anni. A volte ho risposto ai miei pazienti, e non provocatoriamente, che per certe elaborazioni interiori, vere trasformazioni, ci può volere anche un decennio.

Lo smarrimento va tollerato e attraversato, per giungere da qualche parte che all’inizio non si sa. Non bastano le pasticche per trasformare il dolore. Esse cambiano lì per lì l’umore, che non è poco - e qualche volta ho dovuto io stessa suggerirne l’uso - ma non risolvono né i problemi irreversibili né cambiano le personalità, tantomeno trovano i partner mancanti o i lavori desiderati, né offrono vie di realizzazione o altro. E’ bene saperlo e ricordarlo.

Quale sostegno dunque può offrire la psicoterapia durante un lutto, se nonstare accanto nello smarrimento , per insegnare a viverlo, a volte per la prima volta, per far sì che il paziente rimanga sveglio a se stesso e alla vita che intanto comunque lo conduce avanti, giorno dopo giorno?Per potergli suggerire un giorno di voltarsi e accorgersi che ha fatto un pezzo di strada, mentre soffriva così tanto, per scoprire che ‘tener duro’ non era quello che pensava, ma un altro modo con un altro fine: rimanere o diventare finalmente fedele a se stesso. Un varco, una possibilità per l’autenticità soffocata.

Coraggio, individuo e società

Il discorso sul coraggio e la radicalità - che continuo a ribadirlo, non è eroismo o altro di simile, ma adesione a un proprio progetto esistenziale - va oltre l’esperienza individuale e interiore per confrontarsi, spesso in modo conflittuale, con la vita della società e della propria comunità più vicina.

Oltre alle difese psicologiche individuali cui ho accennato più sopra, pesano sulla vita delle persone, anche le difese collettive, ritualizate in comportamenti e culture specifiche. Penso a quelle dell’attuale società avanzata, che ha orrore della vecchiaia, della malattia e della morte, ma continua a usare la morte come spettacolo, depotenziandola attraverso la sua continua presentazione, nelle immagini di guerra, di carestia e povertà, di catastrofi naturali e/o provocate dall’uomo, e anche mediante le trame cinematografiche che ossessivamente proiettano scenari apocalittici e catastrofici. Trame mortifere intorno a bombe, virus, serial killer, delinquenze, passioni diaboliche e omicide e altro di simile.

Uno dei tanti paradossi che la psicoanalisi spiega come ritorno del rimosso: ciò che da un lato viene esorcizzato, riemerge prepotenemente da un altro lato.

Così, il povero individuo del nostro tempo riceve induzioni contrastanti fra loro:

  • sorvolare sui lati in ombra della psiche personale, nascondere dolori e fallimenti attraverso compensazioni materiali o uso consumistico anche delle risorse culturali e spirituali (un altro mercato),
  • ‘curarsi’ da malattie socialmente prodotte, prendendo antidepressivi o cocaina, perché non è più possibile tenere certi ritmi di vita e di lavoro con le proprie energie naturali …
  • … e al tempo stesso imbottirsi di immagini di morte e perversione della vita, per intrattenimento e divertimento (!?)

Tutto va bene, tutto va male. La facciata sorridente, il ghigno fisso e stereotipato di certi leader politici e il dietro/dentro marcio, svuotato, perso. Penso alla tematica de Il ritratto di Doran Gray, alla serie televisiva Casalinghe disperate, che come i film di Altman, o di Quentin Tarantino e di altri registi, fotografa in profondità il malessere della società americana che è diventato anche il nostro.

Ci vuole quindi coraggio per togliere, almeno con se stessi, la maschera grottesca e cominciare a svelare alcune verità .

La catastrofe ha aperto un varco, noi siamo smarriti e brancoliamo senza difese seguendo questa sensazione/emozione di smarrimento, un po’ di paura e un po’ di libertà, una cosa nuova, per noi abituati a controllare tutto, ad avere tecniche e risposte per tutto.

Riusciremo a rinunciare ai riempimenti e alle consolazioni materiali, alla cartomante, alla benevolenza delle stelle, alla suggestione dei falsi maestri? Non che si tratti necessariamente di imbrogli, ma potrebbero esserlo o diventarlo, e ci toglierebbero con le loro certezze ingenue ma efficaci per l’anima stanca, proprio quello smarrimento che stiamo coltivando.

Ora serve casomai il coraggio di guardarci dentro, a quel varco che si è aperto, e non richiuderlo subito.

Pseudocambiamenti, consapevolezza e radicalità

Un altro ostacolo o rallentamento sofferto, può essere quello di di riorientare il nuovo inizio su parametri vecchi. Cioè si diventa pronti per il cambiamento, ma non si sfrutta l’onda positiva, ricadendo su modalità e atteggiamenti interiori ed esterni condizionati dal passato, dal conformismo sociale, da bisogni non autentici. Riprende così vigore quell’approccio di controllo e organizzazione della realtà che sacrifica subito lo spazio del dubbio, dell’attesa, della speranza senza oggetto preciso, insomma della possibile libertà nello smarrimento. Quante volte si sente incoraggiare la persona soffferente, alternativamente con frasi del tipo: devi distrarti, non pensarci, ecc. oppure devi riorganizzarti, e darti nuovi obiettivi. Come se non ci fosse null’altro in mezzo.

Questa fissazione del controlloche a volte si incarna neldover prevedere tutto – eccetto proprio la catastrofe, che anche preannunciata appare sempre improvvisa!- merita una riflessione ulteriore.

La mente umana ha per costituzione la possibilità di anticipare, di guardare avanti, una funzione basata sia sull’intuizione sia sull’esperienza del passato. Dalla profetica universale alle odierne tecniche di previsione fino alla prudenza e alla previdenza come virtù del singolo, è evidente che questa idea di poter controllare il futuro affascina e impegna molto l’intelligenza collettiva. Purtroppo, come già sostenevano molti saggi del passato – da Epitteto a Schopenhauer - ci sono cose che possiamo controllare, prevedere, sulle quali possiamo intervenire e altre cose che invece sfuggono al nostro controllo, anche totalmente. Al tempo stesso, però, su altri piani, esiste la responsabilità, il dovere di prevedere lo sviluppo di ciò che viene messo in moto, di valutare l’impatto delle azioni e delle scelte, di evitare quindi le catastrofi prodotte dall’uomo e proteggersi da quelle naturali. Dov’è dunque la misura?

Sono l’onnipotenza e l’orgoglio degli esseri umani a confondere ciò che è possibile prevedere e controllare e cosa no. Molti errori e guai del nostro attuale sistema sociale nascono da sopravvalutazioni, da superficialità, da mancati approfondimenti per i quali ci vorrebbe tempo e studio. Molti drammi sono causati dalla megalomania ed dall’egocentrismo incarnato in alcuni poteri che travisano abilmente la realtà a proprio favore. Anche con l’imbroglio, se necessario.

Le catastrofi diventano così i momenti di verità, le conseguenze esplicitate che trascinano con sé anche le persone innocenti. La caduta degli dei, il crollo dei colossi dai piedi di argilla, il volare alto e presuntuoso di Icaro, il castigo di Dio, il karma e altre immagini e parole ci ricordano l’ineluttabilità della katastrophè, del capovolgimento, quando si è troppo ecceduto sul polo opposto. Questo vale per gli individui e per i macrosistemi, come se fosse una delle leggi non scritte, ma iscritte nel mondo.

La mia proposta all’individuo , di seguire la via del proprio smarrimento significa andare avanti passo passo, senza cercare di spianarsi sempre la strada, rinunciando alla seduzione delle indicazioni chiare e forti, senza porsi una meta rigidamente prestabilità. Significa accettare di perdersi per un po’, ritornando costantemente a se stessi provando a darsi fiducia, a resistere nello stravolgimento, senza appigliarsi dovunque capita. E non ci sono scorciatoie, non ci si illuda. Tutto quello che si lascia indietro prima o poi si ripresenta.

Tornando al nostro esempio del lutto, o di crisi di altro genere, ecco manifestarsi durante il sopravvivere quotidiano, una serie di vissuti per così dire minori, rispetto alla disperazione iniziale. Negli alti e bassi di umore, nel senso di vuoto che ogni tanto attanaglia, di fronte ad alcuni pensieri sull’inutilità di ciò che sta intorno oppure sulla qualità dei rapporti sociali, si può reagire anche inconsciamente esprimendo il dolore attraverso sintomi, eccessi alimentari, uso di droghe e altro, senza essere in grado di rinunciare alla solita vita di impegni, intrattenimenti, apparenza. Qualcuno dice anzi, che questa vita si deve mantenerla a tutti i costi perché questo farà bene. A volte, in questa confusione, si possono verificare sbandamenti, tentativi di uscita dall’incertezza mediante comportamenti impulsivi: la vita di coppia entra in subbuglio o precipita, si cerca altrove e con altri il varco, il nuovo inizio, si immaginano cambiamenti di lavoro o casa, pensando che le cose migliorino. La realtà psichica è che si è disperati, ma non si vede con trasparenza la connessione tra emozioni – perdite – riassestamenti, mentre si cercano uscite veloci e concrete al malessere, alibi, giustificazioni per non prendere la via del nuovo inizio. Un pasticcio.

Per questo ci vuole coraggio e radicalità, per mantenersi vicini alla verità, non certo per precipitarsi nel proprio caos (il lasciarsi andare patologico) onde non vederlo, oppure precipitarsi fuori di sé, per fuggire dalla desolazione in cui ci si trova. Non spavalderia, né azioni di forza. Coraggio e onestà per guardarsi allo specchio.

Il nuovo inizio

Il nuovo inizio non è cosa né immediata né semplice, né indenne da falsificazioni. Siamo nella luce dell’alba, la sensibilità è aurorale, trasparente, quella che si coglie solo nella vigile contemplazione interiore. Non si dovrebbero azzardare movimenti violenti, con un coraggio che sa di incoscienza e inconscietà, che nasce da stati della mente confusi e produce azioni catastrofiche a ripetizione, in alcuni casi fino alla morte (quei suicidi mascherati da incidenti).

La psicoterapia, un dialogo in amicizia, un consigliere spirituale, altri contesti, possono aiutare a conseguire la chiarezza necessaria. Da soli, pur non essendo impresa impossibile, è di sicuro più rischiosa: ci si può autoingannare.

Questa fase di acquisizione di consapevolezza durante lo stato di crisi aperta, è la più difficile e pericolosa da gestire perché le forze emotive liberate possono prendere qualsiasi via e il dolore pulsante tende alla scarica caotica. Diventa quindi indispensabile un richiamo all’attenzione, alla pausa, al silenzio, per poter vedere, ascoltare, capire dentro di sé, le nuove esigenze che si affacciano – anche quella di essere accolti inermi e disperati. “Non voglio vivere così tutta la mia vita! Voglio cambiare qualcosa! Vorrei che tutto fosse diverso! Non ne posso più!” Queste possono essere le prime grida di aiuto che contengono in nuce il possibile giro di boa. Riconoscere la disperazione e volerne uscire cambiati, non solo liberati dal dolore.

Ma come ricominciare? Come psicoterapeuta e consulente in altri contesti, ho da anni la sensazione che la mia funzione più importante, oltre all’ascolto e all’empatia, sia quella di stare con il freno continuamente pigiato, o le briglie tirate, come preferite. Dal voler cambiare tutto e subito, bisogna subito scalare marcia, cercando di cambiare qualcosina, altrimenti la spinta iniziale verrà subito delusa dall’impossibilità che sta dietro al ‘tutto e subito’.

Mi ritrovo così a proporre alle persone alcune ipotesi di riflessione e di pratica :

  • Il fare, l’agire concreto, avrà successo solo se c’è autenticità, onestà e trasparenza, almeno parziale, almeno della propria parte in gioco. E se c’è rispetto dei propri limiti, delle proprie paure, incluso il non sentirsi pronti per cambiare, cosa che va tollerata e non colpevolizzata.
  • Pensare, sentire, immaginare, sognare (attività psichiche) non sono necessariamente collegate all’ agire concreto - sia nel bene sia nel male - e quindi conviene aspettare che venga il momento giusto dell’azione, piuttosto che precipitarsi confusamente. Imparare a godere della vera libertà del pensiero, senza spaventarsi, discernendo i livelli della fantasia da quelli della realtà, è un’acquisizione della maturità, salvo rare eccezioni. La frase: “Guardi che pensare non è fare!” la dico spesso ai miei pazienti e allievi, per tranquillizarli, permettendo loro di creare più liberamente nuovi scenari mentali. Quel pezzetto di pensiero – possibilmente anche condiviso – messo tra l’impulso e l’azione, può essere tutto, dalla salvezza alla premessa per il nuovo inizio.
  • La mente va osservata criticamente: nella sua mutevolezza impressionante. Come possiamo fidarci di essa come base per l’azione? (quante volte nella stessa giornata, nella stessa ora! ci accorgiamo di amare e detestare la medesima persona? Di volerle stare accanto o lontano. Che accadrebbe se ogni volta mettesimo in atto questa volubilità?); va osservatanelgioco del dubbio, a cui dare la possibilità di tra-scorrere, esaurirsi, per lasciar intravedere il primo barlume di una scelta (vedi saggio sulla speranza). Bisogna renderlo almeno pensabile il nuovo inizio, tenendo a bada la mente volubile e mistificante.
  • E’ necessaria molta pazienza che oggi invece scarseggia, così come la prudenza e l’umiltà. La faciloneria, l’improvvisazione, la presunzione sono infatti diffusissime e non solo tra bambini e ragazzi. Occorre imparare ad attendere il cambiamento anche in ciò che non ci appartiene e anche dove ancora non lo vediamo apparire. Forse questo è un tipo di fede aspecifica che compare con la pratica della continuità della pazienza.
  • Nel frattempo suggerisco : parliamo intanto, di questo cambiamento, come la vorremmo vivere questa vita diversa, cosa ci fa pensare che sarebbe diversa, quale potrà essere il vero segreto della futura diversità? Quale potrebbe essere il progetto concreto e il programma del suo sviluppo? Prendiamoci tutto il tempo per far maturare il coraggio del nuovo inizio, il vero coraggio di una scelta che possa essere sostenibile nel tempo e di fronte alle opposizioni che non mancano mai. Perché poi – non dimentichiamolo - all’inizio, oltre alla paura c’è anche l’entusiasmo, ma nel tempo le difficoltà ritornano e la nuova vita, dopo il nuovo inizio, esige anche nuova intelligenza e nuovi sentimenti, come abbiamo già accennato.
  • Con il coraggio di pensare liberamente e poi valutare realisticamente, cresce intanto quello di osare sempre di più nel mantenere la via scelta, nel mostrare determinazione di fronte ai ricatti messi in moto per incrinarla. Questo coraggio non è più quello della disperazione, ma quello dell’azione che trasforma la realtà anche esterna, l’impegno nella vita.
  • Cambiare qualcosa, anche di piccolo, di minimo, diventa un nuovo modello per cambiamenti ulteriori e più grandi. Ciascuno potrà trovare i suoi esempi sia delle difficoltà sia delle piccole cose che si possono intanto cambiare. Cerchiamo sempre il margine reale del cambiamento possibile (I ‘no sempre più sorridenti’, la sobrietà delle scelte dirette e semplici, le rinunce che alleggeriscono, l’evitamento delle seduzioni manipolative …). Pratichiamo i piccoli cambiamenti, quelli che ci fanno sentire più liberi e leggeri, per farci i muscoli per i cambiamenti più importanti.

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Concludo con una successiva postilla finale:

Il nuovo inizio non è in ciò che si fa, ma in come lo si fa, perché chi deve cambiare siamo noi, non la realtà che va anche come vuole e che ci si impone a volte senza pietà.

La diversità sarà nel nostro atteggiamento, nel coraggio di spostare gli assetti psicologici, aprire alcune porte chiuderne altre, una vera ‘ristrutturazione di interni’. E’ possibile, perché non dobbiamo scomodare altri che noi stessi.

Un ruolo importante lo avrà il temenos , il contenitore, l’incubatore del nuovo inizio, il luogo sacro, cinto, protetto, per la trasformazione e per i passaggi delicati. Una relazione, un libro, un luogo fisico, un contesto speciale, una tecnica meditativa, una psicoterapia, qualcosa che crei raccoglimento per i processi alchemici che stanno avvenendo.

E il tempo. I percorsi psicologici sono alternativamente lenti o veloci, a seconda delle persone, dei momenti, delle fasi della vita. Quando mi sembrava che alcuni pazienti proprio non riuscissero a cogliere il segreto del loro mutamento, ecco che invece esso si è manifestato, atre volte che sembrava tutto facile e chiaro, ecco invece le ricadute.

Perché l’attesa di cui parliamo è vigile e consapevole, quindi interessante, suuccedono tante cose di cui ci si può occupare, che si possono apprendere su se stessi e sugli altri. In questo contesto, prima o poi qualcosa dentro si muove o prende un ritmo stabile. Se siamo in grado di cogliere la sottigliezza di certi passaggi, a volte inavvertibili, possiamo rinforzare la nuova direzione. Se aspettiamo fatti concreti ed eclatanti possiamo sbagliare inizio. E’ difficile coltivare l’attenzione se c’è subbuglio interno o se c’è caos esterno. Allora prima si deve riportare almeno una parvenza di calma.

Per avere un nuovo inizio la chiave è il pianissimo e creare le precondizioni necessarie, come per la piantina che dal seme deve arrivare alla superficie e poi uscire alla luce per crescere fino al punto di diventare quel che è, fiore arbusto, albero. Oltre al piano di sviluppo contenuto nel seme, l’ambiente esterno fornirà le componenti realizzative della nuova forma.

Gli esseri umani sono in grado di modificare a proprio favore anche le condizioni esterne, ma sono più confusi delle piante riguardo al piano interiore.

Le catastrofi ci riportano alla nostra vulnerabilità di esseri viventi che hanno bisogno di condizioni adatte per poter fiorire e dare frutto, ciascuno il suo. Se di questi momenti non facciamo un uso intelligente, ridimensionando e modificando ciò che abbiamo noi stessi prodotto e che rischia di intossicarci o distruggerci, allora vuol dire che una perversa volontà sta spingendo verso la catastrofe finale dell’autoeliminazione .

C’è chi pensa amaramente che il pianeta Terra si riprenderà solo quando l’uomo, strano accidente dell’evoluzione della vita, si sarà estinto, autoestinto, per l’impossibilità di andare oltre se stesso. Quali che siano gli scenari catastrofici e apocalittici nell’immaginazione umana, io continuo a rimanere aderente alla vita, visto che ancora ci siamo e ancora sono possibili nuovi inizi.

Sto ormai parlando al plurale, non solo pensando agli individui ma all’umanità tutta, che mai come oggi ha bisogno di imparare di nuovo la bellezza dei limiti, la forza dell’anima, la pace della contemplazione e la giustizia della solidarietà .

 

 
 
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