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SOLITUDINE E INCONTRO NEL PROCESSO DI CURA

Celleno 2004

Elena Liotta

Percorrere lo smarrimento

Viandante, non è la via

che le tue orme, nient’altro;

viandante, non ci sono vie,

la via si fa camminando

A. Machado, Campi di Castiglia

Pensando alla solitudine e immaginandola nella sua forma di vissuto interiore, segreto, profondo, disperato, sperduto, mi è venuto in mente quel senso smarrimento di sé, come la perdita di qualcosa di importante che a un certo punto si eclissa e pare scomparso per sempre. “Ma io prima non ero così”, dicono tanti pazienti di fronte ai loro sintomi, “non mi succedeva questo!” “Dove sono andate a finire le mie energie, la mia forza, il mio desiderio?”

L’invito dei versi di Antonio Machado (la cui prima raccolta di poesie si intitolava 'Solitudini', 1903) è quello di lasciarsi portare dal disorientamento interiore, accettarlo e seguire docilmente lo svolgersi del cammino, attraversando i momenti di stallo, non sfuggendo agli ostacoli che si incontrano, trasformandone il senso nel farsi del cammino stesso.

La provocazione che vorrei introdurre, attingendo dal linguaggio poetico-esistenziale, è duplice: da un lato propongo agli psicoterapeuti, agli analisti, agli operatori dell’area psicologica e psichiatrica, di rinfrescare il nostro vocabolario. Almeno quando parliamo delle cose della vita, quando cerchiamo di fare anche cultura in senso lato, oppure ‘cultura della cura’, di fare nuovo pensiero sul nostro lavoro, oppure ancora, quando ci rivolgiamo ai pazienti, alle famiglie, ad altri contesti relativi alla nostra professione, lasciamo da parte il gergo tecnico e diagnostico. che ormai si è culturalmente bruciato, che viene usato a sproposito anche sulle riviste di moda o nelle trasmissioni televisive, reificato, commercializzato e pericolosamente etichettante. Ormai sappiamo che depressione vuol dire soprattutto: “Tu che farmaco prendi? Prova il mio ... è l’ultimo che è uscito” “La tua che depressione è? Endogena?”. Pazienti che arrivano già esperti, a loro dire, delle malattie che avrebbero. Anorressia e bulimia sono oggetto di conversazione nei salotti, il termine borderline sta navigando nelle aree più impensate, l’ansia e il disturbo da attacco di panico vengono dichiarati con una disinvoltura sospetta, così come la claustrofobia e l’agorafobia. Non parliamo di tutto ciò che è ‘psicosomatico’. Si assiste, e involontariamente si partecipa, a una sorta di esibizionismo, di spettacolarizzazione della diagnosi e dei trattamenti psicoterapici, che espropriano, a pazienti e curanti, la privatezza, la preziosità, la profondità di vissuti che solo chi ne ha avuto esperienza sa quanto valore abbiano.

Un appiattimento e una normalizzazione della sofferenza in cui la solitudine e lo smarrimento vengono contrastati dalla definizione tecnica del sintomo - come se un nome dato un giorno da qualche medico significasse davvero la malattia e la sua cura - e anche dalla generalizzazione del problema - oggi stanno tutti male, sono tutti depressi, ecc. Quindi tutto sommato, ci si sente in quel ‘mezzo gaudio’ del male comune, che toglie gran parte dell’individualità e della possibilità di elaborazione personale del disagio psicologico. Ecco, anche ‘disagio’, un’altra di queste parole che ingentiliscono, che tolgono vigore, onestà, verità alle cose. Le parole fanno, eccome se fanno! La nostra lingua è molto duttile e ricca in merito alla vita psichica, affettiva, emotiva, nomi, aggettivi, verbi, la letteratura, la poesia, la filosofia stessa. E poi, ormai come operatori della psiche, non dovremmo più aver bisogno di costruire un linguaggio che ci identifichi e differenzi, come accade per le discipline neonate.

L’altra provocazione é collegata a questa prima, ma più interna alla formazione professionale. Si tratta del tentativo di gettare un ponte tra le due anime principali, tra i due approcci visibili e spesso anche dichiarati, al contesto della cura psicologica nel suo complesso. Quello più medico, tecnico, scientifico, organizzato su una categoria di pensiero ‘lineare’ - per quanto paradossale possa suonare questo termine, parlando di psicopatologia in chiave psicodinamica - e quello difficile da definire senza fargli torto, più umanista, immaginativo, che affonda le sue radici nell’anima filosofica, esistenziale e spirituale della psicologia. Anche la psichiatria ha sempre vissuto questa medesima scissione. La psicopatologia è una cosa, la psicologia, cioè lo studio della psiche che può arricchirsi attraverso l’esperienza della patologia, è un’ altra. E la diffusione dei saperi sulla psiche un’altra cosa ancora. Ci servono sia l'una sia le altre

Lo smarrrimento e la solitudine, cui subito ritorno, sono infatti anche quelli dei curanti, riguardo alla loro identità, al riconoscersi o meno in un contesto teorico e in una prassi operativa. La stessa psicoanalisi non è mai stata solo clinica e tecnica, ma anche un movimento culturale poderoso che ha influenzato molti campi del pensiero occidentale.

Credo che la solitudine, di cui con questa ottica allargata, descrivo alcune forme più recenti nel mio libro Le solitudini nella società globale (La Piccola editrice, Celleno (Vt) 2003), abbia molto a che fare con il disorientamento, la perdita, temporanea o definitiva, di un contesto significativo, sia esso luogo, spazio, ambiente esterno, persona, gruppo sociale, periodo della vita, qualsiasi riferimento vitale per l’identità. “Cos’è successo? Chi sono? Dove mi trovo? In che direzione dovrei muovermi?” Queste le domande spesso sottese alla richiesta di aiuto dei nostri pazienti. Ma non sono soltanto le loro. Ripensiamole anche immaginandole come nostre, come quelle del curante, in certi momenti della vita professionale.

Difficile non sentire gli echi danteschi di quello smarrimento della ‘diritta via’- la via lineare? - e dell’avventurarsi insieme, Virgilio guida e Dante protagonista, nel percorso sconosciuto che attraversa l’inferno e altri mondi, fino a riguadagnare le stelle e la vita sottostante. Pare che per ritrovarsi si debba prima perdersi. Quanti miti, quante favole ci narrano di eroi, di bambini e bambine smarriti nei boschi, nei deserti, nei mari. Penso tra i tanti a Ulisse che vaga in perenne smarrimento causato dalla sua stessa natura complice della punizione degli dei, al ripetersi dei suoi cicli, al suo disperarsi “Da tempo sono fermo in quest’isola e non trovo rimedio; dentro di me si consuma il mio cuore” (cantoIX, Odissea). Nel viaggio, come metafora, come simbolo del percorso della vita e del processo individuativo psicologico, c’è sempre uno smarrimento, dal quale si comincia, o il quale si verifica a un certo punto, come crisi, giro di volta, momento favorevole alla trasformazione. Perdersi e ritrovarsi, se finisce bene, mutati, rinati a nuova forza o a una nuova visione della vita. Come accade nei viaggi veri, quelli che ci stravolgono i preconcetti, che ci mostrano il rovescio delle cose, che ci fano incontrare aspetti rimossi o lontani della nostra psiche. Nello smarrimento permane l’eco del passato, la nostalgia di ciò che eravamo, la speranza del ritorno. “Nulla vi è di più dolce della propria terra” sempre Ulisse, da lontano.

Esplorando la parola, che all’origine trova una matrice germanica collegata ad afflizione e malumore, posso precisare altri significati dello smarrimento. Non trovare più, non saper dove trovare ciò che si possedeva o che si sapeva dove cercare (fine XIII sec.), perdere o perdersi con senso meno definitivo - ciò che sembra perso si potrebbe ritrovare. Penso qui al gioco del rocchetto, il fort-da del bambino piccolo, al 'Perdere ed essere persi' di Anna Freud. Ancora significati: un momentaneo turbamento, timore, sperdimento, angoscia, confusione.

Ma, nello smarrire o smarrirsi, c’è anche un elemento di sorpresa, accidentale, inaspettato. Qualcosa che potrebbe aprire al nuovo. Ci sono le figure classiche della pecorella smarrita e del il perdersi nel bosco, che fanno accadere nuovi incontri, fanno trovare qualcosa di ugualmente inaspettato, fanno scoprire il mondo e la vita. Smarrirsi, può anche diventare perdere il senno, l’equilibrio nel discernere e valutare. C'è poi un arcaico significato di ‘scolorire’, perdere il colore. Aggiungo pure, su suggerimento di un’amica e collega ‘l’attimo di smarrimento’, stavolta inteso come la perdita di controllo a cui si attribuivano in passato, le irreparabili conseguenze di una sessualità liberata. Persi nei sensi a causa del desiderio.

Mi sono tenuta per ultimo una nota definizione da leggere simbolicamente, in relazione al nostro lavoro. Si tratta dello smarimento che si concretizzata in un apposito Ufficio: quello degli oggetti smarriti. Ho pensato che la stanza di analisi è come l’Ufficio dove si ritrovano gli oggetti, interni, in qualche modo smarriti. E che smarrirsi e percorrere questo spazio-tempo della ricerca, di qualcosa di sé, perduto o comunque ricercato, è una metafora viva del percorso analitico o psicoterapico. Come il viaggio lo è per il processo di individuazione. E, ho ancora pensato, che i curanti, i quali spesso si sono smarriti e in qualche modo ritrovati prima dei loro pazienti, possono guidarli con empatia, nell’attesa e nella sofferenza del loro disorientamento. Sempre che non se lo dimentichino per strada.

L’arco della sofferenza esistenziale va dai piccoli e inavvertiti smarrimenti della quotidianità a quelli grandi degli eventi straordinari e della patologia grave, fisica e psichica. Visto che si parlerà tra poco di cura dei contesti, mi viene da ragionare in questi termini e immaginare le ragioni del smarrimento attuale in tre forme principali:

1) valori comuni, tradizioni, cultura che troppo velocemente si alterano a causa di forzature esterne e non per spontaneo cambiamento. Uno strappo al Sé culturale. Il mondo del lavoro, l’impegno professionale, lo stile di vita, i riti sociali, tutto può essere scardinato dalla precarietà dell’economia centrata sul denaro. Il mobbing, il lavoro precario, la perdita della capacità di sostenere la famiglia o la propria autonomia, la difficoltà a procurarsi una casa o il lavoro stesso, lo smarrimento ideologico e politico, per chi ne aveva fatto un riferimento della vita, la crisi religiosa, insomma tutto ciò che riguarda la vita comunitaria e sociale, è oggi diventato fonte di destabilizzazione sul piano psicologico. A proposito di linguaggi, il legame tra mondo del lavoro e malattia è comparso addirittura negli striscioni della festa del 1 Maggio, il relazione alla psicopatologia di cui soffrirebbe la nuova categoria del lavoratore flessibile. Dice Franco Berardi Bifo, in Il sapiente, il mercante e il guerriero (Derive/Approdi):

“Depressione, panico e angoscia, senso di solitudine e miseria esistenziuale, sono questi i mali che affliggono il lavoratore flessibile ... Oggi il capitale ha bisogno di energie mentali, di energie psichiche. E proprio queste stanno andando a farsi fottere. Per questo le psicopatie stanno esplodendo al centro della scena sociale. Oggi il lavoro non è più solo applicazione manuale fisica. Lavoro è ricombinazione di saperi”. Il sapiente sarebbe il lavoratore cognitivo, il mercante sarebbe Bill Gates, il guerriero sarebbe George W. Bush. Dobbiamo lasciare ad altri l'analisi delle cause dei disturbi che curiamo?

2) Affetti familiari feriti, per via di lutti o cambiamenti improvvisi o fisiologici. Lo smarrimento e la solitudine si verificano oggi con più drammaticità per la mancanza di una rete di sostegno solida, presente, sensibile. Paradossalmente ne patiscono più le persone meno svantaggiate sul piano sociale, per le quali non esistono le situazioni di accoglienza predisposte dalle istituzioni per i casi più gravi o estremi. ‘Il disagio della normalità’ come viene definito è quello sordo, contenuto, schiacciato da convenzioni superficiali e privato dei contesti culturali nei quali il lutto, per fare l’esempio più drammatico, non ha più modo di esprimersi. La vita degli anziani è un’altra zona in cui lo smarrimento rischia di caratterizzare penosamente la fase finale della vita, già di suo fragile e privata di tanti riferimenti.

3) Effetto del tempo, del trascorrere della vita e dei mutamenti interni di direzione, sul piano individuativo (in senso fisiologico e psichico, archetipici). Qui abbiamo l’inesorabile alternarsi del perdersi, e che non sempre diventa ritrovarsi, dipendente dal susseguirsi delle fasi della vita. A volte ci si smarrisce perché si rimane indietro rispetto agli altri, oppure perché la società, i mass media, il gruppo sociale di riferimento non riconoscono i modi in cui la personalità si esprime, o ancora perché si procede troppo in fretta oppure deviando, e neanche questo è abitualmente gradito (vedi figure come il disertore, il dissociato, l’alternativo, il contestatore, ecc.).

Entro ora più da vicino nel rapporto tra solitudine e smarrimento. Al di là dell’evento specifico che può innescare il vissuto, ci si può smarrire ma non sentirsi soli in modo angoscioso. Nel momento del disorientamento iniziale, la solitudine può comparire come sfumatura che aleggia, oppure come vera e propria caduta, una dimensione affettiva statica, attonita, che accompagna la consapevolezza di un nuovo stato: sono solo, sono sola, mi sono perso, mi hanno abbandonata, nessuno mi calcola o si preoccupa di me, se scompaio ora nessuno se ne accorgerà, la mia azione non lascia traccia, sono facilmente sostituibile, non ho più amici, non ho più protezione e così via. Le fantasie suicidarie possono comparire in questo stato. Al tremore iniziale può far seguito la depressione e la necessità di aiuto esterno. Ma questi sono gli smarrimenti più facili da identificare e da sostenere, qualora giungano alla psicoterapia. Più sottili sono altre forme, anche inconsapevoli. Per fare solo un esempio, prendiamo il sintomo ossessivo, che può scattare per un piccolo, lieve, impercettibile mutamento nell’ambiente abituale, delle varie routine della giornata, per il semplice alterarsi di un tono di voce. Penso anche al bambino piccolo che con il ciuccio o l'orsetto placa il suo stato di smarrimento e a tutte le forme successive di ansiolitici. Siamo tutti molto più abitudinari di quello che pensiamo. Le abitudini, siano essere solo mentali o concretizzate nell'organizzazione della vita, danno continuità all'esperienza esistenziale. Spostare, mutare, sovvertire, aggiungere, levare, dover scegliere e decidere, tutte le azioni che introducono cambiamento provocano sempre un po’ di smarrimento interiore. Siamo soggetti a una specie di invisibili microtraumi, moltiplicati e intensificati dallo stile di vista contemporaneo. Per quella iperspecializzazione del linguaggio tecnico cui accennavo all’inizio, rischiamo di dimenticarci nel concreto, della continuità che lega patologia e normalità, della comune qualità tra piccoli e grandi smarrimenti, lo stesso tremore, la stessa incertezza. Diverso sarà l'evento e la sua entità, l’io del paziente, l’accoglienza del curante e della situazione esterna, il contesto culturale.

Veniamo ora a quest'ultimo aspetto fondamentale. Il contesto culturale.

Per chi ha un approccio psicodinamico è naturale pensare che un sapere psicologico orientato dal mercato e dal consumo, non possa che acuire il vissuto di povertà, di protesta e la sensazione di abbandono nei gruppi meno abbienti. La folla solitaria di coloro che assumono psicofarmaci senza consapevolezza psicologica del loro dolore, assume la veste di un sonno collettivo, di un addormentamento delle funzioni oppositive e creative, il quale non è detto perduri finché serve al sistema. Una 'sanità del lifting', mi permetto di usare questa espressione, è l'antitesi di qualsiasi psicologia del profondo.

Cosa fa o potrebbe fare il curante in questa situazione, per sentirsi meno solo e smarrito, si intente il/la curante che abbiano consapevolezza del quadro socio-culturale?

  • Come sta il/la curante nei confronti della propria istituzione, quando lavora nel pubblico? E’ smarrito, se va bene, circondato almeno dai suoi simili e da qualche dirigente illuminato. Solo e abbandonato a se stesso, se va peggio.
  • b) Come si trova il/la curante nei confronti della società, mi riferisco alla sua immagine pubblica? Male grazie. L’analista poi ... ha fatto tanta fatica e speso tanti soldi per formarsi, ma spesso questa sua ‘specialità’ si perde oppure non frutta perché le richieste dei pazienti non sono di tipo analitico. Di nuovo smarrito nella quantità di figure e di ruoli, che le persone dall’esterno spesso confondono, nelle costrizioni burocratiche e fiscali, nella responsabilità che misurata sul prestigio e sul guadagno, non ha nulla a che vedere con quella di altri specialisti della salute. Questo si acuisce nel caso degli operatori che non siano psichiatri o psicologi.
  • c) Come si mette il/la curante rispetto ai pazienti? Sempre smarrito. Ogni giorno di più. A meno che non faccia finta di curare sempre gli stessi mali nelle stesse persone. Qui la solitudine è ancora maggiore, come la responsabilità. Soprattutto per lo psicoterapeuta in pratica privata. Ma anche quando si lavora in equipe, possono esserci vissuti di smarrimento e solitudini, di non condivisione, di aperto dissidio.
  • d) Infine, come si trova il/la curante insieme ai suoi simili? A quei colleghi che a volte possono apparire lontani o con cui ci si può trovare in contrasto teorico, che invece sarebbero gli unici con cui potersi confrontare su cosa intendiamo per smarrimento e solitudine?
  • Percorrere lo smarrimento nell’attuale contesto che ci riguarda, quello della salute mentale, cosa potrebbe voler dire? Quali possibili azioni dovrebbero essere fatte, seguendo le orme che ogni giorno lasciamo sul terreno del nostro lavoro?
  • Sicuramente cominciare da dove ci si trova, essendo onesti, o diventandolo, nel riconoscere la realtà dei propri limiti. Lavorare laddove c’è libertà, per quanto minima, svincolandosi prima internamente dalla dipendenza infantile dal genitore-istituzione, dalla soluzione esterna e dall’alto, anche dall’idea del denaro, sì, anche da questo. Dico una cosa grossa, radicale, solo per restituire libertà mentale: il nostro lavoro, nella sua essenza, non ha bisogno di soldi. Serve solo uno spazio - qualunque - e una relazione, sia pure da costruire. Il resto dipende da noi. Oggi sappiamo che il denaro nella sanità circola soprattutto laddove c’è tecnologia. Ma noi, in condizioni estreme, potremmo anche farne anche a meno. La convinzione che senza denaro non si possa fare nulla ci toglie forza. E' un induzione esterna. Per il nostro lavoro servono persone, persone formate, serve la presenza e la parola e poi che si animi qualcosa intorno. Spesso penso a quella meravigliosa fioritura di idee, di pratiche nuove, di dedizione, nata nel dopoguerra, sia nell’ambito educativo che in quello sociale e sanitario. Grandi personaggi che con coraggio e creatività hanno lavorato per la società civile lasciandoci fino a oggi la loro testimonianza. Bisogna aspettare che il vecchio venga raso al suolo per cambiare? Dall’operatore di base ai vertici, si potrebbe oggi osare di più, fare delle scelte controtendenza, non solo nei confronti dell’abberrante visione manageriale e commerciale della salute e della malattia, ma anche verso quei compromessi intermedi che, pur cambiando cornice, in realtà alimentano lo stesso sistema. Ma non occorre essere al vertice, al potere, aspettare di prendere, occupare questa posizione per cambiare le cose.
Concludo con tre considerazioni. 1) L’azione è capacità di iniziativa autonoma, all’interno del proprio margine di libertà istituzionale e contrattuale. Per tante cose non c’è bisogno di chiedere autorizzazioni e si può non dare nell’occhio, nella piena liceità. La capacità di risolvere problemi, di inventare nuove soluzioni per la via semplice e veloce sembra aliena all’istituzione, fatta di regole e regolette scritte e non, amministrate in modo spesso ambivalente e discontinuo. Chi ha più intraprendenza e meno scrupoli si impone. Perché non farlo nel senso delle ‘cose giuste’? Ho spesso sentito, in questi contesti, invocare regole inesistenti per non fare le cose. Quando ho chiesto e cercato il riferimento legislativo o regolamentare non l’ho trovato. Oppure esso aveva un margine di interpretazione in cu l’azione nuova poteva essere inclusa. Era solo una questione di scelta. Bastava volerlo. Ognuno sembra invece voler controllare il più possibile e questo paralizza qualsiasi sistema, anche quelli meccanici. Oppure non prendere iniziative, sulla linea del 'chi fa rischia di sbagliare'. 2) Quando si comincia ad agire, a qualsiasi livello, sulle piccole cose, avvengono subito o nel tempo, cambiamenti più grandi, come un’onda che cresce, giungendo non solo a chi ci dovrebbe interessare davvero, cioè i pazienti o gli utenti dei servizi, ma di ritorno anche a chi opera nel suo campo. Questioni di dettaglio, diceva Enzensberger negli anni ‘70, di stile, di aspetti che definiscono l’insieme. Occorre osservare attentamente, nelle quotidianità, comprendere l’insieme, incluso se stessi e il proprio atteggiamento, e poi agire nel raggio della propria potenza: anche solo spostando un mobile mal posizionato, appendendo un quadro, rivedendo delle schede burocratiche, cambiando modalità di accoglienza, curando di più i passaggi, inserendo elementi di personalizzazione, scandendo i tempi in modo nuovo ... cose che non costano, per cui non bisogna chiedere permessi speciali. Si può fare molto, lavorando sui dettagli, anche in un sistema deficitario di cose importanti. Ma, in fondo, quando facciamo psicoterapia, un'ora o due alla settimana, non è forse una piccola cosa rispetto al resto della vita dei pazienti? Eppure ... 3) Si dirà che questo è accontentarsi delle briciole. Ma allora dovevamo scegliere altre professioni, se volevamo il panino intero. La qualità dei rapporti interpersonali che è la sostanza del nostro lavoro, non potrà mai essere sostituita dagli aspetti di facciata, dal salotto buono, dai materiali costosi, dai progetti eclatanti, dalla visibilità culturale. In questo vince chi davvero il manager lo fa per mestiere. A spese degli altri. Quando, per un periodo limitato, ho avuto un incarico politico-amministrativo riguardante le politiche sociali, sanitarie, educative, ho sempre sostenuto, laddove ho avuto l'occasione, che queste realtà non potevano rendere economicamente. Anzi di più: non dovevano proprio rendere. Infatti, se ciò fosse accaduto, avrebbe voluto dire che c’era qualcosa che non andava. I bilanci dovevano essere in perdita, compensata dalle entrate di altri settori. Sono passati molti anni e non ho cambiato idea e la realtà odierna mi conferma nelle convinzioni di allora. C’è sempre un mistico, nell’angolo più riposto di chi ha scelto di fare il lavoro di cura nei confronti degli altri. Perché per farlo bene ci vuole, oltre alle stimmate della storia personale, la ferita del guaritore, anche una dedizione che non chiede il ritorno esatto dell’investimento. Chi lo fa con altri intenti ha sbagliato settore, oppure ha scelto per ripiego. Percorrere la via del proprio smarrimento vuol dire anche avere il coraggio di non scappare via dalle proprie scelte, e di viverle fino in fondo, senza paragonarsi, magari anche senza lamentarsi troppo, non facendosi svuotare dalle assurdità che ci circondano, scambiando esperienze, idee e affetti con le persone per cui e con cui lavoriamo, consapevoli della fatica psichica di rimanere a contatto con il dolore e lo smarrimento altrui e nostro
 
 
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