L' Harem tra stereotipo e archetipo.
Un luogo dell'identità femminile
di Elena Liotta
Le Mille una notte e la figura di Shahrazàd, la principessa narratrice, rappresentano, in una cultura che oggi viene considerata come misogina e oppressiva per le donne, la più alta celebrazione dell'intelligenza, della sapienza e della bellezza femminile. Oltre alle sue favole, l'opera ci dona una messe incredibile di poesie, aforismi, detti, brani sapienziali, tratta dalla letteratura araba e islamica e resa popolare dalla diffusione universale che il libro ha raggiunto nel corso dei secoli. Al di là di ciò che si può pensare, non è l'odalisca, l'ancella, la schiava dell'harem, la figura più rappresentativa delle mille e una notte orientali. E neanche, tra i sentimenti, lo è l'amore, aspirazione finale di ogni storia, anche se molte poesie ne decantano le sfumature più delicate, le passioni più intense, i dolori della separazione, della perdita e della nostalgia. E' la vita, tutta intera, che si manifesta agli occhi del lettore, nella chiave fantastica della narrazione, che assume un ruolo salvifico e terapeutico, mentre solo in apparenza intrattiene.
Shahrazàd si propone come volontaria, per sposare un re, il quale, tradito dalla moglie, continuava a vendicarsi uccidendo, una dopo l'altra le sue nuove spose, tentando l'impossibile impresa di usare la parola contro la spada, la dolcezza contro la violenza. Raccontando delle storie sulla vita, sulle peripezie e le prove che alla fine portano alla salvezza, la protagonista finisce per convincere il re della propria, sensibilità, onestà e saggezza, rimanendo viva e guarendo lui dal suo rabbioso dolore. Shahrazàd si decide a fare il suo passo, dopo che il padre, raccontandole la triste storia del re, le cita il detto di un poeta:
Parla delle tue preoccupazioni
e le tue preoccupazioni non dureranno all'infinito
Come spariranno le gioie,
così scompariranno le preoccupazioni
Dall'analisi di Sofia
Primo sogno
Sono in un luogo esotico e in una stanza con finestre ampie strette e alte, coperte da teli mossi dall'aria, stoffe preziose e colorate, orientaleggianti. Non c'è nessuno. Mi affaccio da una delle finestre e vedo un cortile di tipo arabo. Non so come sono arrivata in questo luogo. Sempre dalla finestra vedo passare alcune donne, a piccoli gruppi, entrano ed escono dal cortile per andare in altri luoghi. A un certo punto sento dei passi e dall'unica porta si affaccia una donna velata che mi prende per mano e mi porta con se. Mi dice, nella mia lingua e con una voce calma e dolce: "ti sta aspettando" (non so chi) e che devo prepararmi. Poi diventa più vago, mi ritrovo in spazi nuovi a fare varie cose, tipo lavarmi i piedi, dei vestiti su una panca, dei profumi. La donna è scomparsa, ma è come se io sapessi lo stesso cosa devo fare. Non ho paura, ma un senso di strana attesa, perché non so chi mi aspetta né dove sono e non ho neanche domandato nulla alla donna.
Secondo sogno, dopo circa tre mesi,
C'è un litigio tra mia madre e le mie sorelle su chi deve usare la macchina. Io non intervengo, alla fine mia madre dice che la devo guidare io, visto che sto fuori dalla lite.
Terzo sogno, dopo altri tre mesi,
Sono in una cittadina di un paese arabo, cammino tra i vicoli e cerco un luogo dove comprare un profumo. Mentre mi aggiro, un gruppo di uomini mi circonda e ride. Forse perché sono vestita all'occidentale? Uno di loro mi tocca e io mi spavento e scappo via terrorizzata.
Nei sogni dei mesi successivi, compaiono due figure maschili sempre collegate al mondo arabo: un maestro Sufi, anziano, e un ragazzo scalzo, povero, dagli occhi scuri molti vivi e intensi.
Associazioni:
Il primo sogno è rimasto senza commento, un'immagine pura, come un quadro o la scena di un film. Silenzioso e misterioso. Ogni tanto la paziente faceva riferimento a quella dimensione che sentiva ancora dentro di sé. Sul chi fosse ad attenderla mi disse solo che non era scontato che fosse un uomo. E le ho creduto.
Sul secondo sogno, che non conteneva a livello manifesto riferimenti al mondo arabo, furono invece le associazioni a tirarli fuori: la macchina era quella del padre; le liti erano un evento frequente tra le donne di casa, madre e tre figlie; questo faceva ricordare alla paziente, la scena di un film in cui le donne di un harem litigavano ferocemente per gelosia, per non essere state scelte dal sultano; aggiunse anche, che lei non entrava mai in competizione con le altre donne, non si sentiva gelosa del compagno, il quale peraltro aveva un segretaria carina e tante colleghe interessanti; anche con il padre aveva sempre atteso di essere chiamata, cercata. Nessun esplicito collegamento al sogno precedente. Neanche io lo faccio, lavorando piuttosto sulla storia e la tematica famigliare e sulla negazione della gelosia e della competizione. Sul resto, decido di stare in attesa, nella stessa atmosfera e modalità che caratterizza il primo sogno.
Sul terzo sogno, di fronte a una sua certa evasività della paziente, che a questo punto mi era sembrata affrontabile, le domando cosa ne pensa, di queste ambientazioni dei sogni nel mondo e nella cultura araba islamica. Sofia mi risponde introducendo due temi, ai suoi occhi scollegati tra loro: uno è il sesso, nella sua versione stupratoria - mi racconta dell'impressione che le aveva fatto, quando era adolescente, sapere che un'amica della madre era figlia di una violenza di guerra, perpetrata da un soldato marocchino. L'altro tema e la raffinatezza dell'arte, della filosofia e della spiritualità islamiche che la affascinano profondamente, soprattutto pensando alla musica.
Dopo i sogni successivi, in cui comparivano le figure maschili legate al mondo arabo, in particolare il ragazzo povero, e innocuo - associato al film di Pasolini, Il fiore delle Mille e una notte, la paziente decide di recarsi a visitare, durante le future vacanze, proprio il Marocco, richiamandosi agli affascinanti aspetti culturali e, in apparenza, immemore della sua comunicazione precedente sulle minacciose ombre sessuali.
Nel corso di circa un anno, l'interesse di Sofia per il mondo musulmano è andato crescendo, fino a progettare lo studio della lingua araba, sostenuta dall'incontro 'casuale' con persone che coltivavano medesimi interessi.
Dato che non è mio intento presentare un vero e proprio caso clinico, mi fermo qui e non porto altre notizie, né sulla paziente, né sulla sua infanzia o su altro che pur essendo rilevante, non va nella direzione che ora prenderò.
Ho riportato, infatti, solo i sogni e una parte del percorso analitico, per esemplificare e illustrare come il mondo arabo e le sue figure possano agire nell'immaginario di una donna occidentale, quali proiezioni e quali agiti possano venire evocati, e, soprattutto, come potrebbero essere interpretati sullo sfondo di resoconti più realistici, come ad esempio, quelli di Fatema Mernissi, sociologa e scrittrice nata in Marocco, impegnata nella difesa dei diritti femminili, diventata nota per il suo libro sull'harem, La terrazza proibita, seguito da L'Harem in Occidente, cui farò più volte riferimento.
Anticipo, però, che in questi libri, sono le fantasie sull' harem e sulla cultura musulmana nella mente dell'uomo occidentale, ad essere indagate e discusse. La paziente di cui parlo, mi ha dato invece il modo di esplorare anche le fantasie della mente femminile in proposito, facendo emergere qualcosa di diverso dalla visione stereotipata che vede una donna privilegiata e libera - quella occidentale - contrapposta a una oppressa e mortificata - quella araba musulmana.
Nella mia esperienza clinica di lavoro con donne, italiane e straniere, ho potuto osservare le dinamiche interiori di cui parlerò, con un certa ricorrenza. E' facile che nelle donne nordiche, più che in quelle mediterranee, agisca sul piano sia psicologico che reale, la figura dell'uomo latino, mediorientale e africano. Si potrebbe pensare a una funzione archetipica e compensatoria dell'immagine. L'attrazione è forte e ho avuto occasione di seguire anche le storie di relazioni e di matrimoni misti - sempre la donna europea, o appartenente alla società avanzata occidentale, con l'uomo mediterraneo, spesso arabo. Più raramente l'inverso, cosa che meriterebbe il suo approfondimento.
L'oggetto specifico del mio interesse sarà una fantasia nascosta, nella mente della donna occidentale, sul rapporto tra donne e uomini nella cultura musulmana, e il senso che questa fantasia può assumere nello sviluppo psicologico femminile, quando viene seguita in analisi.
Dal primo sogno e dal quel dubbio non è affatto scontato che l'attesa nell'harem sia quella di un uomo, parte il mio ragionamento, di cui anticipo anche il punto d'arrivo più ampio: la nostra mente, di occidentali e di psicoanalisti, di fronte a certi temi, rischia di dare per scontate molte cose. A tal punto, che interpretare il materiale che ho qui esposto, potrebbe sembrare, lì per lì, un gioco da ragazzi o l'illustrazione di un manuale. Quale potrebbe essere, infatti, l'approccio metodologico a questi sogni e associazioni?
a. innanzitutto si tratta di immagini interne sulle quali domina la legge della soggettività, per cui dipenderà da cosa esse rappresentano e significano per la paziente. L'harem e le figure che lo animano, sono semplicemente il mondo interno della paziente;
b. si affronterà, a seconda della propria formazione di scuola e di indirizzo all'interno di ogni scuola, questo immaginario del luogo, sempre agganciato alle associazioni e verbalizzazioni della paziente; si osserveranno le dinamiche presenti nel luogo, le sue figure e si ascolterà tutto ciò che nella seduta verrà comunicato;
c. nella mente dell'analista avverranno integrazioni con la storia e la vita della paziente, nasceranno silenziosamente ipotesi, fantasie, vissuti e sensazioni controtransferali;
d. forse, se l'analista lo ritiene opportuno, farà delle domande, azzarderà delle esplicite interpretazioni, dalle quali potranno dipanarsi altri fili di esplorazione del mondo interno.
Alla luce di un harem e di un uomo arabo stereotipati, si può leggere la storia famigliare della paziente, le sue paure e ambivalenze sessuali, alcune difficoltà nella relazione con il partner, una certa confusione e immaturità nell'identità di genere, e altro ancora.
In tutto questo, l'harem reale, il fenomeno storicamente documentato e socialmente ancora vivo, non avrà alcun peso. L'analista e la paziente potrebbero non saperne nulla e continuare a immaginarselo in modo stereotipato. Un luogo immaginario come tanti altri che compaiono nei sogni, attraversati da paziente e analista, durante il trattamento analitico.
Per gli analisti junghiani, però, che ragionano anche in termini di archetipi, ci sono figure, luoghi, oggetti, che operano a livello fantastico inconscio, come perno per le trasformazioni fondamentali nell'atteggiamento psicologico dei loro pazienti. Immagini con le quali definiamo a volte anche l'intero caso clinico nel suo insieme. Allora, come in questo caso, appiattire l'immagine sullo stereotipo, e non dargli il respiro dell'archetipo, diventerebbe quasi un 'crimine analitico'. Rischieremmo di perdere la ricchezza degli aspetti che l'archetipo può attivare, non dando loro la risonanza che meritano. Ma, se l'analista non va egli stesso oltre lo stereotipo, questa risonanza non ha spazio per manifestarsi.
Nei sogni e nelle associazioni di Sofia, sempre junghianamente parlando, si affaccia potentemente l'Animus, un animus particolare, un maschile forte, che viene da lontano, parzialmente minaccioso - c'è anche il fanciullo e il saggio, non soltanto lo stupratore - accolto dalla donna con un interesse che va oltre il contenuto della seduta e che la porta a voler conoscere di più, a incontrare prima nella lettura e nell'approfondimento culturale e poi anche nella realtà, le sue immagini interne. Questo movimento, che si manifesta non di rado nelle psicoanalisi, può rivolgersi a contesti diversi, in senso geografico e culturale. C'è chi si sente attratto dall'Oriente, dal Nord o dal Sud del mondo, dalle isole, dai monti, da alcune città, dalle terre desertiche o dalle foreste equatoriali, da specifiche etnie, lingue, dall'arte e dalle tradizioni più varie, sparse per il mondo.
Il tipo di società in cui oggi viviamo permette anche con facilità l'incontro con queste diversità che stimolano anche, per i significati di cui sono portatrici, la vita interiore. Nelle psicoanalisi si immettono sempre più elementi multiculturali, che non sono più limitati alla capacità di amplificazione dell'analista, alla sua cultura personale, di cui fa l'uso che crede più opportuno. Sono i pazienti stessi a portare nelle sedute contenuti di cui l'analista può avere relativa conoscenza. Questo non significa che il suo lavoro ne debba patire, né che l'analista debba fare sfoggio di cultura o sovrapporre le sue conoscenze a quelle, consce e inconsce, del paziente. Ma può accadere che una comunanza di linguaggi e di retroterra culturale, faciliti molto il processo analitico e faccia emergere tematiche centrali per la vita del paziente che altrimenti rimarrebbero non elaborate. Questo si evidenzia nel lavoro con i pazienti stranieri e in coloro che, analisti e pazienti, hanno avuto esperienze di migrazione, di ambientamento in nuovi paesi, di incontro con altre culture. Il rapporto tra Anima e Terra (1) è complesso e pieno di interessanti aperture per l'analista che lavora in una società avanzata e multiculturale.
Confrontarsi con altri modi di vedere le cose, dare all'alterità un rilievo anche culturale e geografico, non solo di relazione tra persone, può aiutare a ridefinire meglio il senso della fantasia e dei suoi contenuti in relazione a ciascun paziente.
Jung ci ha insegnato a differenziare tra contenuti dell'inconscio personale e archetipi dell'inconscio collettivo. In una società multiculturale, vanno forse aggiunte ulteriori specificazioni. Oltre alla già ventilata ipotesi di una zona intermedia, tra area collettiva e personale, definita da alcuni psicologi analisti come inconscio culturale, va tenuto presente che coesistono anche diversi inconsci culturali, in coloro che hanno vissuto esperienze di vita in paesi diversi. Insomma la società complessa ha un inconscio collettivo altrettanto complesso, in cui l'universalità degli archetipi non rimane nella forma eterna e immutata che ci è stata presentata finora. Più diversità, più lingue, più immagini, più significati. Se questo sia meglio o peggio, un vantaggio o meno, per la psiche individuale e collettiva, non saprei dire con sicurezza. Di fatto, tutto questo accade ed entra nella stanza di analisi come molti altri fenomeni. Fargli spazio ci permette di rivedere e affrontare con più libertà l'analisi di certe figure e di determinate dinamiche che, in prima istanza, non apparterrebbero all'esperienza personale e culturale dell'analista o del paziente.
Con questo spirito, ho cercato di non far pesare nella graduale scoperta dell'harem della mia paziente, sia l'immagine più comune dell'harem fantastico, depositata nella cultura occidentale, sia quella dell'harem analitico, cioè di quello interpretabile attraverso le categorie freudiane o junghiane più ortodosse. Ho seguito passo passo la paziente, anche nel modo in cui si avvicinava ed entrava sempre più nella cultura araba e islamica, tesa io a capire che cosa stava cercandovi il suo fiuto di giovane donna, approdata all'analisi per via delle difficoltà di diventare madre. Per il resto, la paziente appariva ben inserita e soddisfatta nell'ambito lavorativo, senza segni preoccupanti in altre aree della personalità, solo una certa resistenza iniziale verso l'approccio terapeutico del profondo. Avendo fatto studi scientifici, nell'area delle scienze naturali, la paziente apprezzava più il 'metodo dell'analisi' che non l'ipotesi di un inconscio e il movimento del pensiero fantastico con tutte le sue produzioni, di fronte alle quali rimase a lungo sorpresa, interdetta, come di fronte a qualcosa di straniero.
L'harem era anche questo, un luogo interiore straniero, più che estraneo, un luogo da cominciare a visitare e conoscere e nel quale imparare ad attendere.
Se crediamo all'inconscio, e alla sua azione all'interno delle relazioni interpersonali, e se crediamo anche alla comunicazione profonda, l'harem nella mente dell'analista avrà il suo riverbero su quello della paziente, così come l'harem nella mente di una donna sarà diverso da quello nella mente di un uomo. Quale che ne sia la consapevolezza, è impossibile sfuggire a questi fenomeni e ai loro effetti,
Fatema Mernissi analizza con stupore, in L'Harem e l'Occidente, quanto l'idea dell'harem e le sue rappresentazioni artistiche abbiano seguito in Occidente una via divergente sia rispetto alla realtà di questa istituzione del mondo arabo, sia anche rispetto alla sua evoluzione, molto marcata nell'ultimo secolo, che non sembra tuttavia intaccarne l'immagine mentale.
"Ma il nodo più intricato da risolvere è il seguente: tutte le odalische che Ingres fantasticò e dipinse ininterrottamente per cinquant'anni, erano pigre, disperatamente passive e sempre in casa, stese su un divano nella loro imbarazzante e vulnerabile nudità. Questa fantasia di odalische passive non esiste in Oriente! Nelle società musulmane, dove le leggi istituzionalizzano l'ineguaglianza, dando agli uomini il diritto alla poligamia e a chiudere le mogli in un harem, costringendole a velarsi quando ne escono, i maschi fantasticano di donne potenti e incontrollabili. Ironicamente, in Oriente, la terra degli harem, gli uomini musulmani, arabi, persiani o turchi che siano, quando osano eludere il bando delle immagini e dipingere le dame dei loro sogni, fantasticano di donne assertive, dalla forte volontà e imprevedibilmente mobili (p. 135)."
La astuta e saggia Shahrazàd è un modello, insieme alle cacciatrici Shirin e Zuleikha, ad altre figure femminili, erotiche, aventurose, le nuove amazzoni fotografate nella Turchia degli anni '30, donne pilota e soldato, tutte figure che rappresentano - nell'inversione delle fantasie tra mondo europeo e arabo musulmano - l'esigenza di ciascuna società di riequilibrare i rapporti tra uomini e donne. Prevalentemente nell'ottica maschile: è infatti l'immagine che l'uomo ha della donna che si esprime in queste fantasie, la sua Anima.
Sempre a proposito dell'harem, confrontando la fantasia dell'uomo occidentale con la realtà conosciuta ben conosciuta per appartenenza culturale e per esperienza personale, la Mernissi ci chiarisce le idee distinguendo gli harem imperiali da quelli domestici. E' il primo, in particolare nella versione dell'harem turco, ad aver esercitato un potente fascino e una florida produzione artistica in Occidente, soprattutto dal Settecento in poi (Ingres, Delacroix, Matisse).
Per contrasto, gli harem domestici, cioè quelli che seguitarono ad esistere nel mondo islamico dopo la colonizzazione occidentale, sono piuttosto noiosi, perché hanno una forte connotazione borghese e sono poco più di una famiglia allargata, con quasi nessuna dimensione erotica degna di nota. In questi harem domestici, un uomo, i suoi figli e le mogli vivono nella stessa casa, uniscono le risorse, ed esigono che le donne non escano fuori ... gli uomini non hanno necessariamente molte mogli. Ciò che definisce un harem come tale non è la poligamia, ma il desiderio degli uomini di tenere le donne recluse, e il loro ostinarsi a vivere tutti nella stessa casa, invece di formare dei nuclei familiari separati (2).
Peraltro, narra l'autrice, nell'organizzazione dell'harem domestico in Marocco durante il XX secolo, trovavano ospitalità e spazio per vivere anche le vedove, le divorziate, le zie sole o altre parenti vicine e lontane, in rotta con i mariti o in altre difficoltà, insieme ai loro figli. Questo ne faceva un mondo letteralmente 'interno', fatto di qualità femminili e materne, più che erotico-sessuali. Il grande portone della casa, sorvegliato da un custode, era il confine assoluto. Esso aveva la funzione di mantenere separati gli spazi in cui vivevano le donne, dalla strada su cui camminavano uomini estranei e di mantenere, in questo modo, anche l'onore e il prestigio degli uomini di casa. La storia che racconta le vicende della 'donna con il vestito di piume', cioè dotata di ali per volare via - una tra le tante tratte da Le Mille e una notte che venivano raccontate dalle donne nell'harem - rappresenta simbolicamente la condizione psicologica femminile in tale contesto. Protezione da una parte, assoggettamento dall'altra.
Solo una terrazza, proibita, in cima alla casa, dalla quale sognare e immaginare una condizione diversa. Tuttavia, aggiunge la Mernissi, non tutti gli harem domestici avevano la stessa caratterizzazione di chiusura, poiché nella fattoria della nonna materna, fuori dalla città, le donne, una decina di concubine, potevano cavalcare, nuotare nel fiume, pescare e altro. Le discussioni a favore e contro l'harem del primo tipo, la fortezza, erano incentrate sull'assunto di base per cui la sicurezza e la stabilità della società prevedevano la donna in casa, e non fuori a divertirsi ed esporsi sessualmente.
La stessa parola harem è relativa a haram, proibito, vietato, parola con cui viene definita anche la Mecca, la città sacra, in cui i comportamenti sono rigidamente codificati.
Harem designava lo spazio privato e le sue norme, con o senza mura a proteggerlo.
Sto scegliendo, tra i tanti, solo alcuni punti particolari delle considerazioni che fa Mernissi, tenendo io presente la paziente con cui ho introdotto questo scritto e il suo immaginario inconscio che riprenderò tra poco. Prima di farlo, però, mi soffermo ancora sulla fantasia della donna, stavolta nella mente dell'uomo musulmano, così come ci viene presentata attraverso l'arte classica persiana.
Le miniature ritraggono Shirin, la principessa reclusa che lascia l'harem nativo quando si innamora, mentre cavalca da sola per i boschi in cerca del principe Khusraw, oppure mentre si bagna in laghetti selvaggi o in viaggio per mare. Poi, una volta trovatolo, Shirin e il principe vengono dipinti molto dinamicamente, soprattutto mentre vanno a caccia insieme. Niente di più lontano dall'odalisca dell'immaginario occidentale.
La forza destabilizzante dell'amore, la libertà come superamento dei limiti, l'intraprendenza femminile, il gesto creativo, e soprattutto la sua imprevedibilità e imprendibilità sono le qualità che secondo la Mernissi hanno dato luogo sia alla legge sacra islamica, legalmente vincolante, sia all'istituzione dell'harem come luogo concreto per realizzare una sorta di cattività preventiva della donna. Altra figura femminile che rinforza questa ipotesi è la principessa Nur Giahar, moglie reale dell'imperatore moghul indiano Giahangir, nel XVII secolo, e donna di potere. La regina, lungi dall'essere reclusa o velata, è raffigurata nel pieno esercizio delle sue funzioni ufficiali e contornata da un esercito di donne.
Nella cultura musulmana, sostiene l'autrice, al contrario di ciò che traspare da tante testimonianze di quella occidentale, il messaggio è che le donne hanno tanto cervello quanto gli uomini. Nel mondo islamico esse occupano oggi percentuali sempre più in crescita del mondo del lavoro, scienze e professioni tecniche.
Tuttavia, anche in passato, non c'era un'unica interpretazione della legge sacra, a proposito delle donne. Turchi e mongoli non le velavano, né impedivano loro di essere libere, mentre gli arabi sì. Alle donne islamiche, continua la Mernissi, è permesso essere intelligenti, belle, colte e anche potenti. L'uomo islamico usa lo spazio per stabilire il suo dominio, escludendo le donne dalla pubblica arena.
Per l'uomo occidentale, la donna è altrettanto minacciosa, ma da tempo egli usa altri mezzi per depotenziarla: l'immagine, il tempo, la violenza simbolica, i codici del corpo. La donna dev'essere giovane e bella, la sua bellezza viene codificata dall'uomo, attraverso le mode e l'industria dell'abbigliamento, della cosmetica, della dietetica e della chirurgia plastica, nonché dei mass-media.
Il tempo è usato contro le donne a New York allo stesso modo in cui a Teheran lo spazio è usato dagli Ayatollah iraniani: per far sentire le donne non gradite e inadeguate. L'obiettivo rimane identico in entrambe le culture (3).
Da Pierre Bordieau, ne Il dominio maschile, la Mernissi riprende il concetto di 'violenza simbolica', come forma di potere che viene direttamente inchiodata sul corpo, quasi per magia, senza apparente costrizione fisica. Ma questa magia opera solo perché essa attiva i codici imposti e assorbiti nei più profondi strati del corpo. Imprigionate nell'incantata sottomissione tipica della violenza simbolica, iscritta nella carne, le donne rinunziano ai segni ordinari della gerarchia sessuale, come l'età matura e un corpo più consistente. I codici del corpo paralizzano le capacità delle donne occidentali a competere per il potere anche quando esiste un libero accesso all'istruzione e al lavoro. Citando anche Naomi Wolf, da Il Mito della bellezza, la Mernissi ribadisce:
Una fissazione culturale sulla magrezza femminile non è un'ossessione sulla bellezza bensì un'ossessione sull'obbedienza femminile ... le diete sono il sedativo più potente di tutta la storia delle donne ... i ricercatori hanno confermato che l'ossessione del peso conduce a un collasso di fatto dell' autostima e del senso di efficienza e che una restrizione calorica prolungata ha dato origine a una personalità peculiare, i cui tratti sono la passività, l'ansia e l'emotività (4 ).
In questo modo la moderna e istruita donna occidentale si ritrova nella posizione della schiava nel harem.
Esistono quindi, anche harem, nel senso di luoghi della reclusione femminile, invisibili ma ugualmente attivi ed efficaci. Trattenere e ridurre la creatività e la libertà delle donne, è un punto nevralgico di molte culture maschili, di molte coppie, di molti uomini preoccupati di perdere il loro dominio, quale che sia l'area in cui esso si mette in gioco. Anche soltanto quella psicologica, delle relazioni, di qualsiasi genere, in una società avanzata. Evidentemente, l'imprevedibilità e l'imprendibilità che giace in fondo a ogni donna, spaventa ancora l'uomo, come nel passato dell'Occidente, che ha avuto la sua stagione della caccia alle streghe e anche la prolungata sottomisione ha imposta dalla religione cattolica alle donne, non inferiore a quella islamica.
Se aggiungessimo alla visione della Mernissi - partita da un insight avuto negli Stati Uniti, durante la presentazione del suo libro La terrazza proibita - quella che emerge dalla storia delle donne in Europa e di cui seguiamo le tracce nella attuale società, non potremmo che convenire su molti punti. Si tratta della 'lotta mortale fra i sessi' che anche Freud fece oggetto di indagine e dopo di lui molti psicoanalisti/e a seguire? Si tratta della stessa strisciante discriminazione che colpisce le donne anche nel mondo della cultura e, perché no, anche in quello della psicoanalisi?
Non proseguirò in questo interessante dibattito, anche perché, tornando alla mia paziente, è un altro ancora il senso del suo harem, quello a cui mi voglio definitivamente attenere.
Il trattamento analitico a cui mi riferisco è avvenuto molti anni fa, prima dei libri della Mernissi e prima dell'attuale forte presenza che la cultura islamica ha assunto in Europa, anche a causa delle guerre in Afghsnistan, ex-Jugosklavia, Iraq e Palestina. Il confronto tra culture, loro tradizioni e archetipi, è in corso, appassionante, non sempre facile, a volte mistificato, come credo, nel caso della condizione femminile. La Mernissi ci dimostra che guardare dall'esterno una realtà appartenente a una cultura diversa fa scattare quelle proiezioni che gli analisti ben conoscono. La sua controinformazione, a favore delle donne, segue l'harem nei suoi mutamenti, dà rilievo all'impegno femminista di molte donne arabe, ma soprattutto ne La terrazza proibita, l'autrice fa un servizio ulteriore alle donne, ricordando loro, in una condizione di libertà controllata, l'importanza e la forza della condivisione, la profondità del rispecchiamento e dell'accoglienza, il potere che scaturisce dai saperi e dalle pratiche delle donne costruiti insieme nell' interno del loro gruppo.
La terrazza, luogo reale limitato che diventa metafora della libertà interiore, è il luogo della quiete, della bellezza, della cura per le donne psicologicamente turbate, del ritorno a se stesse per tutte le donne della famiglia, il luogo in cui osservare il mondo dall'alto, in cui incontrarsi e discutere sulle cose della vita, passandosi interrogativi, dubbi e risposte, il luogo dove giocare da bambini, maschi e femmine, intorno alla giare colme di olive, ascoltando le favole, un luogo dall'atmosfera magica, sospesa, nella quale l'intensità dei sentimenti, l'eccedenza femminile, può trovare la sua parola.
E questo è proprio l'harem che, senza conoscerne l'esistenza, la mia paziente si avviava a incontrare, aiutata dai suoi sogni e dalla mia prudenza a non imporre significati spurii. Per dirla in termini tecnici, la gelosia e la competizione negata, l'Edipo bloccato, le figure di Animus ferme alla polarizzazione Puer-Senex, l'identità femminile coartata, e anche il maschile stupratorio, tutto questo costituiva in realtà un livello di copertura che si sarebbe sciolto in quell'incontro atteso, con un femminile nuovo, che avrebbe fatto spazio anche a quella donna-madre che ancora non trovava spazio per concretizzarsi. Da altre comunicazioni avvenute nel corso del tempo, emerse con chiarezza la direzione che il processo individuativo della paziente stava prendendo. Nel suo parlare l'harem, diventato ormai un'immagine chiave, assumeva via via le stesse qualità che ho poi ritrovato leggendo il libro della Mernissi, in particolare nelle varie descrizioni della terrazza. Un luogo confinato ma pieno di calore e di magia, libero, creativo. Una specie di grembo, pensai più volte, visitato dal maschile, ma non occupato perennemente da esso.
A Sofia, riusciva prima impensabile e poi difficile, mettere insieme, nella sua idea di femminilità, la forza e la determinazione con la dolcezza e l'abbandonarsi del corpo e della mente. Tutto doveva essere misurato, organizzato, controllato, pur se non ossessivamente, tutto doveva essere spiegabile, razionalizzabile. Anche il cibo e la sua forma fisica erano naturalmente oggetto di questa attenzione organizzata. Se non fosse stato per i sogni, la sua capacità di immaginare e fantasticare era quasi nulla e anche con il Sandplay ebbe delle difficoltà. Dei confini aveva paura, ma anche bisogno e nostalgia. Sentiva che per potere amare, per poter diventare madre, avrebbe dovuto limitare il tutto possibile, avrebbe dovuto dire dei no, scegliere. Cosa che nel lavoro le riusciva di fare.
Questa donna, dal punto di vista dell'adattamento all'esterno, aveva successo nella vita, e veniva riconosciuta in un modello femminile vincente. Eppure soffriva e negli anni del nostro lavoro faticò non poco per giungere a veder fiorire tutto ciò che le era stato negato e che, solo l'istanza di vita e di morte costellata dall'idea della maternità, aveva potuto rianimare.
Nella 'reclusione' femminile della stanza di analisi, le divenne possibile incrinare un assetto mentale frutto quasi esclusivo di un'educazione famigliare, scolastica e socio-culturale, molto compatta e coerente, rispetto ai valori dominanti nella società avanzata occidentale: valori pseudoscientifici, economici, manageriali, prettamente maschili. Come molte altre donne del nostro mondo, la paziente non aveva un grave disturbo psicologico, riscontrabile in una diagnosi classica, ma aveva una non meno grave riduzione della sua potenzialità psicologica, causata dall'azione sistematica di un modello formativo fortemente unilaterale. Di certe cose non sapeva l'esistenza, nessuno gliele aveva mai nominate. Si stupiva di alcune proposte che le facevo su come osservare diversamente eventi, episodi, personaggi della sua vita. L'idea di cambiare prospettiva mentale la lasciava perplessa e intimidita, come se non avesse strumenti e se ne vergognasse, riconoscendo oscuramente che forse c'era qualcosa di buono nello scuotere le proprie certezze. Io osservavo, fiduciosa, l'operare dell'inconscio, cercando di non intralciarlo.
L'inconscio l'aveva condotta prima nell'angolo di una procreazione impossibile - come può una donna così mortificata far nascere e crescere un figlio, come potrà giocarci se si è dimenticata come si fa? - poi l'aveva indirizzata al percorso analitico che durò circa 6 anni e, infine, dopo la conclusione formale del trattamento, le regalò la tanto agognata maternità.
L'immagine del harem, l'incontro con l'altra se stessa in analisi, la crescente amicizia e solidarietà con le altre donne, incluse quelle della sua famiglia, letture, incontri e ripetuti viaggi in Nordafrica e Medioriente, la aiutarono anche a ridimensionare gli aspetti inquietanti e aggressivi, proiettati in precedenza sull'uomo e sul mondo arabo. A un certo punto, si ritrovò addirittura a polemizzare con il femminismo schierato contro alcune tradizioni islamiche, in particolare contro l'uso del velo. La paziente constatava che le donne europee poco conoscevano del contesto di tali tradizioni, che si comportavano in modo etnocentrico, ignorando l'adesione spontanea di molte donne che nel velo ritrovavano un segno della loro identità minacciata. Mi disse, in tale occasione che non capiva come mai le amiche femministe con cui discuteva, non si rendessero conto di quanto loro stesse fossero schiave e dipendenti in altri modi dalla cultura patriarcale.
Sulla reale apertura multiculturale e sul superamento dell'etnocentrismo culturale ci sarebbe molto da dire, anche in relazione al lavoro degli psicoterapeuti, e in particolare degli analisti che si muovono a livelli psichici profondi. Ma sarà per un'altra volta. Di sicuro c'è che, smontare le proprie certezze, è un passo propedeutico indispensabile alla scoperta dell'altro e a ciò che l'altro, lo straniero invisibile del sogno, potrà offrire a noi con il suo arrivo. E questo non vale, naturalmente, solo per l'analisi e per la donna di cui ho raccontato.
Note
1. E. Liotta, Su Anima e Terra, ambiente, migrazione e psicologia analitica, Magi Edizioni, Roma, in corso di pubblicazione
2. F. Mernissi, La Terrazza proibita, vita nell'Harem (1994), Giunti, Firenze, 1996, p. 36-38
3. F. Mernissi, L'Harem in Occidente, Giunti, Firenze, 2000, p. 175
4. ibidem, p. 176

