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F. David Peat

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Avremo ancore Pane?

Soltanto ciò che ha significato redime

Quale spiuritualità per il nostro tempo?
Una testimonianza!

Non sottovaluatare

frMichaelDavide Semeraro

Una domanda strana si pone al cuore del nostro tempo così opulento - almeno dal punto di vista occidentale -: «Avremo ancora pane?». In questi termini si potrebbe riassumere la domanda che si cela dietro a tanta insicurezza mascherata da altrettanto onnipotentismo che non riesce ad arrendersi o, almeno, a barcollare nemmeno dopo il crollo delle Twin Towers. La nostra civiltà tecnologica, che va conquistando lo Spazio e che pensa di stabilirsi prossimamente su Marte, è al contempo – forse ancora più profondamente - assalita da grandi domande: la terra basterà per tutti? Ci sarà pane - ossia vita - per tutti? In poche parole al senso di progresso, di onnipotenza si congiunge un'ansia profonda sulla possibilità stessa di sopravvivere, non è certo un caso il grand successo della trilogia fimica de Il Signore degli anelli ! Il problema ecologico è quello che ormai fa più audience nel mondo occidentale, ed è indispensabile per attirare i voti verso un partito politico e, non da ultimo, per fare proseliti in una realtà religiosa.

Ma, come sempre, le domande sulle necessità materiali non fanno che nascondere, o meglio, rimandare a domande più profonde, bisogni più essenziali e più spirituali, domanda comunque da non sottovalutare. Non è raro sentire davanti alla vita dell'umanità - così come viene ormai secondo per secondo presentata su scala mondiale dalla TV - lo stesso sentimento che attraversava il cuore di Gesù davanti alle folle della Palestina: «e si commosse per loro, poiché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6, 34). È interessante vedere come Gesù viene incontro alle necessità della gente insegnando loro molte cose. Lo sbando della moltitudine è dovuto, sembra dire il testo evangelico, alla mancanza di insegnamento e Gesù pone rimedio con la sua parola.

Il testo poi continua con l'intervento dei discepoli che attirano l'attenzione di Gesù sulla necessità di «mangiare» (Mc 6, 35-44). Ma qui si attua uno scontro tra Gesù e i suoi. I discepoli infatti ritengono che il bisogno del cibo sia un motivo per congedare la folla, per mandare via la gente altrove «per le campagne e i villaggi vicini» per comprarsi, appunto, da mangiare. Gesù invece ritiene che questo sia un motivo perché la gente resti e venga sfamata lì – sul posto - dagli stessi discepoli: «Date voi stessi da mangiare» (Mc 6, 37).

Nei discepoli si può scorgere una tentazione sempre presente nella Chiesa: da noi ci si può aspettare un buon insegnamento, una buona parola, un buon consiglio ma ai bisogni è necessario trovare le risposte altrove «per le campagne e i villaggi vicini». E se Gesù non si fosse opposto è molto probabile che la folla avrebbe creduto che era ben giusto così e se ne sarebbe andata in cerca di pane altrove, magari ringraziando delle buone parole, dei saggi consigli con un sorriso capace di velare i morsi della fame. E sarebbero andati «per le campagne e i villaggi vicini». Ma avrebbero trovato veramente il pane necessario? Avrebbero trovato il pane buono? Chi lo sa?

Gesù invece segue un'altra strada e trasforma la parola in pane. Gesù trasforma i discepoli che si atteggiano a scagnozzi o portaborse in semplici ed efficaci servitori di pane e di pesci. Gesù parla, Gesù insegna in modo da sfamare, prima di sera, tutto l'uomo e tutti gli uomini in abbondanza e con avanzo da portare a chi non è venuto ad ascoltare (cfr. Nee 8, 12). Non c'è bisogno di andare altrove per trovare il pane, ma il pane è il frutto della parola di Dio secondo quanto è scritto: «Non di solo pane...» (Dt 8, 3) e secondo quanto è compiuto «Io sono il pane della vita» (Gv 6, 48).

Il testo aggiunge e conclude che «tutti mangiarono e furono ben sazi e portarono via dodici ceste» (Mc 6, 42) ma forse uno solo non ebbe bisogno di mangiare, il Signore Gesù che dice: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete» (Gv 4, 32). Il Signore dà oggi alla Chiesa il compito di dare da mangiare alle folle e di sfamarle con la parola e con il pane. Ma ciò le sarà possibile, ci sarà possibile - perché la Chiesa siamo noi - solo se ci nutriremo della manna nascosta (Ap 2, 17) della volontà del Padre (Gv 4, 34) che è la salvezza del mondo (Gv 3, 17).

Eppure sono molti coloro che se ne vanno «per le campagne e i villaggi vicini» in cerca di pane, in cerca di risposte, in cerca di spiritualità, in cerca di Dio. La domanda si fa forte: “se ne vanno o li mandiamo via noi come stavano per fare i discepoli quella sera?”. Ma il Signore Gesù, come quella sera dice ancora ai suoi: «Date voi stessi da mangiare». Ma a questo comando del Signore rischiamo di avere la stessa istintuale reazione dei discepoli: quella di dover andare noi a comprare per la campagna e i villaggi vicini. Gesù invece dice «Quanti pani avete? Andate a vedere?». Non c'è bisogno di andare a comprare ma di andare a vedere che cosa abbiamo a nostra disposizione e scopriremo che oltre il pane abbiamo anche due pesci: l'essenziale è benedire e distribuire!

Oggi è indispensabile che coloro che si nutrono dell Parola si chiedano: "quanti pani abbiamo?". Oggi è necessario che quanti si nutrono della Parola scoprano con gioia che oltre a cinque pani hanno pure «due pesci». Insomma che non abbiamo bisogno né di andare a comprare altrove, né di mandare a comprare altrove ma solo di ri-imparare a benedire e distribuire senza timore e con abbondanza il tesoro inesauribile di grazia che Dio ha messo in serbo nella madia di quella Tradizione che i Padri ci hanno trasmesso e che noi siamo chiamata a trasmettere.

Dopo anni di grande "ottimismo" circa le possibilità dell'uomo ormai cominciano a giungere anni in cui le più grandi possibilità rivelano le loro più aspre incoerenze e incongruenze. L'umanità ormai comincia «a sentire la fame» e «il popolo grida al Faraone per il pane» possa questi ancora rispondere: «Andate da Giuseppe, fate tutto quello che vi dirà» (Gn 41, 55). Ma siamo disposti mentre si inasprisce e domina la carestia in tutto il paese aprire tutti i suoi depositi (Gn 41, 56), quelli in cui ha - prudentemente - ammassato il grano per disposizione di Dio «perchè fu per conservarvi in vita che il Signore mi ha mandato avanti a voi» (Gn 45, 5). O, al contrario, pensiamo di poterci permettere il lusso di disputare sulla proprietà e dei granai e del grano che rischia di imputridirvi come la manna (Es 16, 20). Il mondo si aspetta oggi da noi che possiamo nutrirlo come Giuseppe figlio di Giacobbe, come Gesù figlio di Giuseppe; il mondo ci pone una grande domanda e spera che noi rispondiamo: <Sì, avremo ancora pane!>.

Primavera-estate

Sono passati ormai più di quarant'anni da uno dei più grandi e significativi avvenimenti del millennio appena tramontato: l'elezione come vescovo di Roma, e quindi Papa, di un cardinale di campagna qual era Angelo Roncalli che prese il nome di Giovanni XXIII. Chiamato alla cattedra di Pietro sicuramente anche per motivi umani di calcolo e di equilibri, di speranze certa ma pure di paure il Signore ha voluto fare di questo “vecchietto” un profeta di tempi nuovi.

Giovanni XXIII ebbe il coraggio di fondare le sue scelte, soprattutto quella del Concilio Ecumenico, non prima di tutto sulla sua autorità di sommo pontefice ma su un « incitamentum divinum » (una spinta divina) ossia come risposta ad un'intuizione profetica. Nel suo discorso di apertura del Concilio - il più “universale” di tutta la storia della Chiesa d'Oriente e d'Occidente - Giovanni XXIII non ebbe paura di scagliarsi contro i «profeti di sventura» che vedono tutto nero e di porsi come un profeta che vede il giorno proprio oltre la notte dei tempi.

Questo grande profeta mentre molti vedevano nella Chiesa e nel mondo come un lungo inverno ebbe il coraggio di parlare di primavera e di organizzare una sorta di grande festa della Primavera che fu il Concilio. Ma oltre a parlare di primavera ebbe pure il coraggio di parlare di una «nuova Pentecoste» che è proprio la festa che fa iniziare la raccolta dei frutti propria dell'estate. La Chiesa tra primavera ed estate. La Chiesa di oggi sta cercando di far maturare i frutti di quella primavera che fu il Concilio perché, appunto, allo stupendo scintillio dei fiori con i loro colori variopinti e i loro profumi ammalianti segua la stagione dei frutti maturi e gustosi capaci di sfamare e guarire ogni sorta di bisogno e di desiderio.

Se non c'è un'estate senza primavera rimane pur vero che ci può essere una primavera senza estate. Il tempo presente è come un tempo di passaggio tra due stagioni in cui può mancare l'entusiasmo della prima e la soddisfazione della seconda ma proprio per questo è il tempo dell'autenticazione, della verità della prima e della promessa della seconda e ciò dipende molto e soprattutto dalla pazienza di ciascuno di attendere al proprio lavoro, di portare avanti il proprio impegno con fedeltà e perseveranza, fino alla fine.

È ciò che fece Giuseppe in Egitto nell'inter-tempo tra abbondanza e carestia riuscendo, con la sua capacità di non illudersi ma di prepararsi – vivendo fino in fondo l'oggi - a salvare la vita di tutto l'Egitto e dei popoli che gli vivevano vicini: la Provvidenza di Dio passa sempre attraverso la capacità di alcuni uomini di prov-vedere, di vedere prima e a favore degli altri, meglio di tutti.

Se l'immagine di un tempo di passaggio tra primavera ed estate fosse adatta a delineare il tempo che abbiamo la grazia e la responsabilità di vivere allora possiamo porci generosamente la domanda come far sì che non manchi e la pioggia e il sole che sono necessari ai fiori di trasformarsi in frutti, e all'erba di trasformarsi in grano robusto. Troppa pioggia o troppo sole sarebbero nefasti ambedue, poco sole o poca pioggia sarebbero altrettanto problematici. Il sole e la pioggia possono essere identificati, secondo la grande sfida di Giovanni XXIII, con la tradizione e il rinnovamento, la continuità col passato e l'attenzione alle nuove istanze e bisogni del tempo presente. Ma, sempre per rimanere nel linguaggio simbolico, per passare dal sole alla pioggia e viceversa è necessario il vento che crea, dissolve e trasporta le nuvole: e questa è, appunto, la centralità dello Spirito e della sua opera impalpabile - proprio come il vento - ma efficace.

Tempo di sperare

Oramai è convinzione corrente che il tempo che abbiamo dinanzi a noi potrà sopravvivere a se stesso solo se sarà capace di ridare spazio alla dimensione spirituale ma questa convinzione è talmente diffusa da essersi trasformata già in moda. Si parla molto di spiritualità, dentro e fuori della Chiesa, con cognizione di causa e non ma bisogerebbe subito avvedersi del fatto che la spiritualità in quanto tale non è che una chimera, una sorta di Araba Fenice di cui tutti conoscono l'esistenza ma di cui pochi sanno indicare la strada. Lo spirituale, la spiritualità, la dimensione spirituale rischiano di essere realtà talmente spritualizzate da non avere nessuna incidenza e quindi alcuna consistenza.

Almeno nella tradizione biblica lo Spirito, in quanto vivificante, si manifesta sempre attraverso la sua azione, e questa azione raggiunge i molti attraverso i pochi che in certo modo se ne fanno come trasformare e inabitare in modo profondo e totalizzante: appunto gli uomini e le donne spirituali che per il dono ricevuto e accolto non possono che diventare pneumatofori, ossia portatori dello Spirito appunto a guisa di vasi di elezione in cui il Dono supremo viene raccolto come olio. Sono questi uomini e queste donne che assicurano la spiritualità e la sua autentica tradizione. Non è raro che proprio quando si parla maggiormente di spritualità ci siano meno persone spirituali a cui e con l'aiuto di cui si possa attingere alla fonte inesauribile della vita divina.

Quando dunque si parla o si promuove la spiritualità non si può che guardare e far guardare a questi uomini e donne che mostrano i segni di una vita trasformata veramente dallo Spirito e attraverso cui lo Spirito ci può raggiungere a nostra volta. Ma come discernere i veri dai falsi spirituali visto che l'attualità ne offre come già nel passato. Le caratteristiche pro o contro possono essere diverse e ci si può riferire ad una serie di testi ed esperienza per saperne di più. Ma sicuramente il principio evangelico può essere una via di discernimento efficace: «dai frutti li riconoscerete» (Mt 7, 16) e i frutti dello Spirito sono «amore, gioia, pazienza, benevolenza, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22 ).

Ma un segno nell'attuale situazione dell'umanità è di grande importanza: la speranza. In una realtà segnata da una grande angoscia e da una profonda paura davanti al futuro, che in ultima analisi, è la paura della morte che l'Occidente ha cercato di seppellire ma dal cui fantasma è come perseguitato, l'uomo spirituale è colui che porta nel cuore una grande spernaza e la sa accendere o ravvivare nel cuore degli altri. Ora potremmo dire che la manifestazione di questo è il sorriso davanti alla vita. Ma la speranza non va confusa con una sorta di ottimismo a buon mercato tutt'altro la speranza, quella vera che viene dallo Spirito e che porta alla vita spirituale, è la capacità di credere alla fecondità della sofferenza e all'importanza della fatica: quella che si chiamerebbe in termine profondamente biblico: perseveranza come dice Paolo: «Siate lieti nella speranza forti nella trubolazione» (Rm 12, 12). In tal modo non si fugge dalla durezza della vita in un paradiso artificiale ma si attraversa la fatica della vita con la speranza che essa porti misteriosamente ma comunque alla vita.

Ciò che affascina negli uomini e nelle donne sulla cui fronte si vede brillare il segno di una familiarità con Dio è la loro ingenuità riconquistata: non si meravigliano di nessun abisso di male e si meravigliano sempre davanti ad ogni minuscola scheggia di bello e di buono. Il grande starete Serafino di Sarov salutava tutti i suoi interlocutori in questo modo: <Mia gioia, Cristo è risorto>, solo dopo questa esaltazione di base poteva avere uno sguardo adeguato sulla vita fatta di necessità e di miserie che sfociava sempre in un solo consiglio tanto caro agli alchimisti e a tutti gli asceti: <Acquista la pace interiore e migliaia, intorno a te, troveranno la salvezza> . Per questo a loro si può aprire il cuore fino alla feccia: essi sanno come è fatto il cuore umano ma sanno ancor meglio come è fatto il cuore di Dio: «più grande del nostro cuore» (1Gv 3, 20) e perciò sono al contempo i grandi Confessori della grandezza di Dio a cui poter confessare tutte le miserie umane. Dire a loro la propria miseria è come imparare la speranza come al primo giorno della creazione.

Frequentando gli spirituali ci si rende ben conto che la spiritualità non si prende a gocce, né per endovena ma va conquistata pezzo a pezzo con la fatica di una lenta, e talora dolorosa, conformazione alla logica di Dio che «esige tutto l'uomo ( requirit totum hominem) » secondo l'antichissimo adagio alchemico. Ritorniamo quindi alla domanda di inizio: <Avremo ancora pane?> o l'umanità morirà di fame e di sete? Questo dipende anche da noi, dalla nostra capacità di ascoltare la Parola nell'oggi della nostra esistenza e della nostra storia per renderla presente come fonte di speranza ai nostri fratelli e alle nostre sorelle con umiltà e coraggio.

Ma, al pari di Giuseppe, non potremo distribuire il pane condividendolo se non nella misura in cui avremo saputo vivere l'<oggi> dei sette anni di opulenza e quelli della carestia. Solo se avremo saputo attraversare la storia – la nostra prima di tutto – con sapienza, lungimiranza, apertura ai sogni e ai segni saremo in grado di farci garanti della vita e, quindi, garanti di Dio. C'è un altro modo per essere testimoni di Dio oggi se non quello di essere garanti della vita? Di tutta la vita e della vita di tutti?

Uno sfondo

Dopo questa bella teoria sembra giunto il momento di onorare la domanda per cui sono stato invitato a prendere la parola in questo luogo e in mezzo a voi: dare testimonianza del mio percorso personale di quella che comunemente si indica come esperienza personale. Già nel Nuovo Testamento si chiede ai credenti di essere < pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi> (1Pt 3, 15) e questa disponibilità viene intesa in modo assai radicale in quanto esige la disponibilità a testimoniare – martyria – fino al rischio della vita.

Ciò che sta al cuore del mio cammino personale di fede penso sia proprio l'esperienza di una fede ricevuta in dono e come succhiata quasi con il latte materno precisamente attraverso l'influsso psicologico e spirituale della mia bisnonna. Ogni volta che mi viene chiesto qualcosa della mia esperienza di fede non posso che parlare di lei e non di me: ho ricevuto la fede da questa donna anziana – ai miei occhi di bambino di quattro-cinque anni mi sembrava la moglie di Matusalemme – che aveva seppellito tutti i suoi parenti compreso suo marito e sette dei suoi otto figli. La tipica vedova del Meridione d'Italia perennemente vestita di nero per un lutto che non era più quello personale legato alla propria storia di famiglia ma quasi un lutto ancestrale. Da questa vedova che era la mia bisnonna sono stato da fanciullo – a differenza dei miei fratelli e dei miei tanti cugini e cugine – iniziato alla “ religio ” in senso stretto in quanto fenomeno antropologico. C. G. Jung non esita a dichiarare che <nei sogni e nelle favole, la nonna o l'antenata rappresentano non di rado l'inconscio, che nell'uomo ha contrassegni femminili> . E ancora potrei dire che in questa figura ho conosciuto l'archetipo materno più positivo:

"che appartiene ai ricordi più commoventi e indimenticabili dell'età adulta e costituisce la segreta radice di ogni divenire e trasormarmazione, il rifugio e il raccoglimento, lo sfondo primordiale silenzioso di ogni inizio e di ogni fine. Conosciuta fin nell'intimo e tuttavia estranea come la natura, amorosamente tenera e fatalmente crudele, gioiosa e instancabile dispensatrice di vita e mater dolorosa, portale oscuro e muto che richiude sul feretro, la madre è amore materno. […] La madre portatrice di quell'immagine in noi connaturata di mater natura e mater spiritalis, di totalità di vita, a cui fummo, bambini, affidati e in pari tempo abbandonati" .

Già prima di andare a scuola ho imparato a leggere su vecchi e consunti libri di preghiere i cui testi ripetevo ad alta voce in questo circolo di vedove che, quotidianamente e anche di notte, si riunivano per pregare al fine di aiutare i vivi e i defunti. Naturalmente vivere a stretto contatto con queste donne anziane di cui ricordo distintamente i volti, i nomi, le particolari abitudini e acciacchi mi ha messo a contatto con la vita e contemporaneamente con la morte sempre presente e per nulla spaventosa ma come parte integrante dell'esistenza. Iniziato ai rituali della vita attraverso i rituali della morte mi sono ritrovato – quasi inconsapevolmente – a vivere in un mondo simbolico dagli accenti fortissimi: preghiere, rituali religiosi ma anche assolutamente popolari, consuetudini ancestrali confinanti con la magia empatica come la cura delle malattie attraverso formule, infusi, segni uniti a preghiere fatti sul corpo dei malati e talora attraverso il corpo di un'altra persona, l'uso dei profumi in particolare l'incenso, il continuo ricorso a lumi e ad elementi come l'olio, il sale, il carbone a fini terapeutici e antirretici. Del resto come testimonia Jung

"La Chiesa cattolica è l'unico luogo del mondo abitato da bianchi dove si possano ancora incontrare tracce sostanziali di una sollecitudine per l'anima dipartita. […] Ad eccezione delle messe per i morti celebrate dalla Chiesa cattolica, la nostra cura dei defunti è rudimentale e ferma al gradino più basso, non perché non riusciamo a convincerci a sufficienza che l'animaè immortale, ma perché, razionalizzandolo, abbiamo distrutto il bisogno psicologico" .

Impossibile dunque per me chiedermi se questo mondo – il mondo appunto definito come “spirituale” – esiste o meno: è la prima cosa reale ed evidente che ho conosciuto e, in certo modo, ho imparato a riconoscere una identità assoluta e inestricabile tra “religione” e “guarigione”. Una guarigione che passava attraverso gli elementi naturali per arrivare fino a guarire le malattie e le angosce delle persone e persino a dare “refrigerio” alle anime dei defunti quando venivano a chiedere aiuto attraverso i sogni. Naturalmente ad un sogno di richiesta di aiuto doveva corrispondere prima o poi un sogno in cui il defunto veniva a ringraziare oppure appariva in un modo tale da rassicurare circa il suo “refrigerio”. Questo spiega come ormai monaco e studente di teologia non ho avuto nessuna difficoltà a leggere testi antichi e in specie patristici – in particolare i libri de I Dialoghi di Gregorio Magno – in cui ricorrono spesso simili episodi e circostanze. Il rapporto tra terra e cielo, tra visibile e invisibile, tra angeli/demoni e uomini, tra immaginazioni e messaggio sono stati per me la prima evidenza “scientifica” di cui non avrei nessun bisogno di “prove” per motivi di onestà intellettuale.

Ma in questo mondo “religioso” confinante indubbiamente con la superstizione sono stato introdotto dalla mia bisnonna in un modo che non esiterei a definire “scientifico”. Soprattutto quando andavo con lei in chiesa per partecipare alla Divina Liturgia la mia bisnonna mi aiutava ad intus-legere ciò che avveniva e a parteciparvi intensamente bisbigliandomi all'orecchio tutta una serie di informazioni e illustrazioni tendenti sempre a farmi percepire la presenza dell'Altro, del Trascendente, del Signore. Da bambino ho intuito una differenza “teologica” tra la sensibilità religiosa della mia bisnonna e quella di altre vedove come lei che, apparentemente vivevano come lei: per la mia bisnonna Dio era dentro, era nel mio cuore ed era là che dovevo incontrarlo, sentirlo, ascoltarlo. Ricordo le mie prime grandi fatiche nel percepire il battito del mio cuore nella certezza – la mia bisnonna me l'aveva assicurato – che là avrei udito distintamente la voce di Dio. Un'altra differenza era la scarsa attenzione all'aspetto “moralistico” in quanto non mi sono mai sentito pressato a “non fare” qualcosa per paura di una punizione, di un castigo o di una disapprovazione ma attraverso questa donna sono stato messo a contatto con la mia natura e, soprattutto, con la mia interiorità come qualcosa di fondamentalmente buono e bello.

Sin da bambino sono stato e-ducato ad uno sguardo positivo su me stesso e sul mondo circostante e come preparato a non scandalizzarmi di nulla e di nessuno. Non venivo preservato dal dramma della vita e dalle tragedie esteriori e interiori che si consumavano attorno a me eppure sono sempre stato indotto a vedere in tutto il buono e il meglio e soprattutto in me stesso tanto da sentire una spinta naturale a cercare di dare il meglio di me stesso. L'immagine di Dio che mi è stata impressa nel cuore, nella mente, nella carne è stata la realtà di un Dio realmente presente ma sufficientemente “assente” per garantire la mia libertà di persona e la gioia di rischiare la mia vita e le mie scelte. In un contesto del genere mi è sembrato subito abbastanza evidente che la mia vita dovesse essere messa a servizio di questo contatto tra cielo e terra, tra visibile e invisibile, tra Dio e l'umanità e non mi restava che la via del sacerdozio monastico per potermici dedicare.

Alla morte della mia bisnonna è subentrato per me un'altra presenza assolutamente importante, il mio parroco. Un prete giovane, intelligente, autentico figlio del Concilio Vaticano II che, per dieci anni, mi ha iniziato invece alla conoscenza del Dio rivelatosi in Gesù Cristo attraverso la conoscenza delle Scritture, della Liturgia della Chiesa d'Occidente e d'Oriente, dei profeti del nostro tempo. Nonostante fossi solo un ragazzetto questo prete mi ha obbligato, con una iniziazione talora assai dolorosa, a purificare e trasformare la mia “religiosità” nella purezza della “fede” nel Dio di Gesù Cristo. Alla percezione naturale – quasi naturalistica – della dimensione religiosa è subentrata gradualmente la dimensione di intelligenza che dall'evidenza del religioso che permeava già tutta la mia vita mi ha condotto a scoprire e ad amare il Dio Assolutamente Altro da cui bisogna saper vivere una certa distanza di sicurezza e che esige dall'uomo maturità e adultità.

In questa tappa sono state fondamentali tre cose: la lettura assidua e integrale della Scritture Ebraico-Cristiane, l'iniziazione alla preghiera con il passaggio dalla recitazione di infinite formule e preghiera all'orazione silenziosa di adorazione, l'incontro con i santi e i profeti anche viventi e incontrabili (Turoldo, Carretto, Lanza del Vasto, Roger Schutz, Piccola Sorella Magdleine…) in cui ho imparato a percepire la forza e l'impatto storico dell'opzione di fede. In questo contesto interiore inserito anche conflittualmente con la vita ordinaria di un ragazzo tra gli 8 e i 18 anni è maturata, fino a diventare una scelta, la mia vocazione monastica: naturale risposta a un cammino personale chiaramente bisognoso di uno spazio di quiete per la cura della propria anima in guarigione.

Santità e sanità

Non si giustifica una vita monastica se non per una particolare predisposizione e appello a predersi cura della propria anima cercando di arrivare a quella unità interiore che normalmente l'uomo e la donna raggiungono attraverso la mediazione della cura amorosa nel dono reciproco amante e intimo. In greco anima si indica con il termine psyché che significa al contempo farfalla e anima . Questo semplice accenno filologico conduce al cuore della spiritualità intesa come via di umanizzazione libera e completa in cui non si può che guardare al proprio cammino interiore proprio come un percorso di trasformazione non dissimile da quello attraversato e patito dal bruco come in viaggio verso quella farfalla che è già ma non ancora. Così pure risulta chiaro che non si può disgiungere la cura dell'anima dalla cura della psiche visto che - non solo filologicamente - sembrano proprio essere una sola cosa anche se non sempre identiche nel processo di conoscenza e di coscientizzazione.

Tutta la tradizione monastica non è altro che uno sforzo continuo per aiutare i discepoli a guarire dalle proprie malattie interiori che si manifestano nelle varie difficoltà di gestione della propria vita e delle proprie relazioni fino a prendere le fattezze persino di malattie fisiche. Si entra nel deserto della vita monastica per guarire e, più precisamente, per essere guariti e questa guarigione è possibile solo attraverso una familiarità con la propria anima in quanto: <l'uomo idoneo a compiere l'opera poiché possiede ciò che è semplice, cioè l'anima> . La domanda che il discepolo pone al padre spirituale suona sempre così: <Abba, dimmi una parola per esser salvato/sanato>. Salvezza e sanità sono la stessa cosa nella tradizione e ancora più profondamente santità e sanità sono la stessa ed unica realtà in tutta la Tradizione tanto che gli antesignani dei monaci cristiani nel mondo giudaico della citta più importante dell'ellenismo – Alessandria d'Egitto – vengono appunto chiamati Terapeuti. Così Filone li descrive:

"il loro nome rivela il progetto di questi filosofi: vengono chiamati Terapeuti innanzitutto perché la medicina di cui fanno professione è superiore a quella che viene praticata nelle nostre città – quest'ultima non cura che il corpo, ma l'altra cura lo psichismo in preda a quelle malattie penose e difficili da guarire che sono: l'attaccamento al piacere, il disorientamento del desiderio, la tristezza, le fobie, le invidie, l'ignoranza, il non adattarsi a quello che è, e la moltitudine infinita di altre patologie e sofferenze " .

I mezzi sono sempre uguali in tutte le culture religiose e forme di vita monastica: digiuno, modo particolare di vestire, atti cultuali comuni con ascolto di testi, canti e talora – più spesso di quanto si pensi – danze, scelta accurata dei luoghi in cui vivere, ordine nelle relazioni interpersonali al fine di ridurre al minimo la gestione dei conflitti… lo scopo di tutto ciò <è di dischiudere l'accesso all'inconscio> . Ben prima del nascere di quello che oggi chiamiamo “Dialogo interreligioso” i monaci di tutti i tempi e di tutti i luoghi si sono riconosciuti tra di loro, ammirati ed emulati. Tanto che in un testo molto antico messo sotto l'autorità di uno dei primi scrittori sulla vita monastica parla e addita come esempio per i monaci cristiani i Brahamini dell'India sulla cui bocca si sanno disinvoltamente cogliere parole di saggezza come questa:

"Noi brahamini che abbiamo vinto le guerre interiori, da allora in poi ci siamo rianimati e ci riposiamo osservando le foreste e il cielo. Ascoltiamo il canto armonioso degli uccelli, il grido delle aquile, ci copriamo di foglie e viviamo all'aria aperta. Mangiamo frutti e beviamo acqua, cantiamo inni a Dio e aspettiamo l'avvenire senza badare a nulla di superfluo. Mettendo a tacere la maggior parte delle parole, in tal modo viviamo da brahamini " .

La tradizione monastica cristiana, che ha attinto a piene mani e senza nessun problema alle forme ascetiche precedenti e coeve, non ha potuto che dare a tutto il patrimonio ascetico una finalità cristologica. Gesù di Nazareth, infatti, riconosciuto come Signore e Cristo rappresenta per il credente l'Archetipo per eccellenza: <La vita di Cristo è precisamente come deve essere, per essere contemporaneamente la vita di un dio e quella di un uomo, si tratta di un symbolum di nature eterogenee> .

Se l'uomo è chiamato a radicarsi alla propria interiorità per essere saldo, nondimeno deve ancorarsi all'aspetto energicamente materialistico del Cristianesimo che è stato sempre una pietra d'inciampo . Ciò è necessario proprio per evitare una spaccatura ontologica che non può che condurre ad una scissione esistenziale che si può anche chiamare schizofrenia . Di questo aspetto materialistico o, più precisamente, integrale, la risurrezione della carne , la fede in un corpo glorioso simile a quello di Cristo – homo certior et verior – che «dopo la risurrezione era della stessa natura ma di un altro tipo di gloria », rappresentano la conquista più alta e la speranza più forte del cristianesimo a servizio dell'intera umanità. Per i Padri più antichi il principio cristologico fondamentale e conquistato dogmaticamente a fatica è il seguente come dice Atanasio di Alessandria: <Dio si è fatto portatore della carne – sarco-foro – perché l'uomo potesse diventare portatore dello spirito – pneumatoforo - > . Ireneo di Lione che ebbe il privilegio di apprendere l'evangelo a Smirne sulla ginocchia di Policarpo discepolo di Giovanni, non esita dire <La gloria di Dio è l'uomo vivente e il destino dell'uomo è la visione di Dio> fino a porre la seguente domanda: <come sarai Dio se ancora non sei stato fatto uomo?> . Inoltre bisogna sempre ricordare che:

"Tutto il Medioevo e così il mondo antico, e ingenere l'umanità intera fin dalle sue origini, era partito dalle convinzione che esistesse un'anima sostanziale: solo a metà del diciannovesimo secolo si venne costituendo una psicologia “senz'anima”. Sotto l'influsso del materialismo scientifico tutto ciò che non poteva essere veduto con gli occhi o toccato con le mani apparve incerto, e anzi fu messo in dubbio come sospetto di “metafisica” " .

Un grande dottore come il papa Gregorio Magno arriva a dire, commentanto l'episodio del negromante Balaam, che <l'asina trattenuta dalla proibizione dell'angelo vede ciò che lo spirito dell'uomo non riesce a vedere, poiché spesso la carne indica Dio allo spirito, mentre lo stesso spirito che governa la carne non lo vedeva> . Tra i credenti di certo i monaci sono stati tra i più generosi in questa ricerca di umanizzazione frutto di una conoscenza di sé fino all'abisso spaventevole del proprio inconscio che si manifesta in modo particolare attraverso i sogni . La ricerca dei monaci è stata da sempre e in ogni luogo quella di addivenire ad una umanità autentica in cui la dimensione divina potesse trovare degna dimora:

"L'uomo vero esprime l'Antropos nell'individuo […] egli stesso rappresenta la più elevata forma di civiltà. Né in Oriente né in Occidente egli si presta a giocare a pecore e pastore, poiché ha già abbastanza da fare per essere il pastore di se stesso. Se l'adepto compie nella sua opera, l'esperienza di se stesso, vale a dire del “vero uomo” […] allora egli incontra l'analogia del “vero uomo”, ossia Cristo" .

Se vi è una specificità della tradizione monastica del deserto è di certo quella di una radicale esperienza di sé in quanto la vita solitaria obbliga ad affrontare la propria realtà, i propri pensieri, le proprie paure e le propria angosce e questo rende in certo modo esperti nei movimenti dell'anima/psiche. Se invece si volesse parlare di una specificità della tradizione monastica benedettina penso si potrebbe dire che essa consista in una grande fedeltà alla terra. Il lavoro delle mani – che non è solo lavoro manuale – che è stato sempre fondamentale della tradizione dei monasteri benedettini ha permesso ai nostri padri di conservare e nutrire la speranza di trasformare e migliorare il mondo in cui vivevano senza venire meno in tal modo alla speranza di trasformare e guarire il proprio cuore e la propria anima. La prova della bontà e dell'umanità di tutta questa tradizione monastica sta nel fatto di poter avvertire distintamente in costoro una forza interiore unita ad una infinita dolcezza e mitezza – si parla di mite fulgore dei santi – in quanto la dura ascesi non li ha resi duri ma capaci di amore e di compassione che li rende medici e guide per altri nella piena e matura consapevolezza della propria inadeguatezza:

"Questa mi sembra veramente l'arte delle arti, scienza delle scienze, questa di guidare l'uomo, il più multiforme e il più complesso degli esseri viventi. Lo si potrebbe vedere comparando la cura delle anime con la medicina dei corpi; e ad un'analisi più profonda si vedrà che quanto più quest'ultima è faticosa, tanto più è difficile l'arte di curare le anime, ed è più degna sia per la natura del soggetto, sia per il fine dell'operazione" .

Si può indubbiamente rileggere tutta la tradizione monastica, e in specie la pratica dell'accompagnamento spirituale, come il darsi effettivo di quella <psicologia con anima> prospettata da Jung i cui veri esperti sono i santi i quali

"come i raggi del sole toccano sì la terra, ma stanno là donde provengono, così quell'anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l'essenza divina, si aggira, sì, tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: là è sospesa, verso là mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa di meglio di noi" .

Solo in questa atmosfera si rende possibile la direzione spirituale che <può essere esercitata soltanto nella quiete di un dialogo favorito dalla benefica atmosfera di una fiducia senza riserve. Nella direzione spirituale l'anima deve agire sull'anima, e perciò devono essere aperte le porte che impediscono l'accesso alla sfera più intima> . Come spiega Jung: <i cosiddetti “ispirati” presentano però una differenze significativa rispetto ai casi meramente patologici: presto o tardi trovano un seguito più o meno ampio, ed estendono perciò la loro influenza durante i secoli poiché hanno “parlato col cuore” agli altri individui> . La spiritualità monastica si presenta sempre con un basso profilo, il monaco si nasconde nel deserto perché ha coscienza di non poter fare nulla di buono per nessuno finché non migliora se stesso, si preoccupa non di edificare ma semplicemente di non scandalizzare. In quest'atmosfera la stessa mistica passa attraverso la fedeltà alle cose minime della vita quotidiana, alla cura delle minimalità nemica di ogni illusione prometeica e narcisistica, si potrebbe arrivare a parlare realmente di una spiritualità del “minimo” capace di aprire ad una serenza crescita nella libertà come forma adeguata. Questa libertà è il frutto di una liberazione profonda che il Signore Gesù annuncia nel Vangelo come guarigione e che passa attraverso l'assuzione del limite e la sua trasformazione come già predicava Taulero alla fine del Medio Evo:

"Il cavallo lascia cadere il proprio sterco nella stalla. Sebbene lo sterco sia sporco e puzzolente, lo stesso cavallo sparge con fatica lo sterco per i campi dov nasceranno il bel grano e il dolce vino buono, che mai potrebbero crescere così bene se lo sterco non ci fosse. Ora il tuo sterco sono i tuoi difetti di cui non riesci a liberarti o che non sai superare. Questi dovresti portare con molta fatica e sforzi al campo della volontà di Dio in un vero distacco da te stesso. Spargi il tuo sterco su questo nobile campo e senza alcun dubbio ne germoglierà un frutto nobile e delizioso" .

Il mezzo fondamentale di crescita nella tradizione monastica è l'apertua del cuore! Ossia il rapporto maestro discepolo in cui il discepolo può e deve veramente manifesta tutti i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi desideri senza nessuna censura nella certezze che nella relazione al suo padre spirituale ciò che si agita dentro di sé potrà alla fine trovare un ordine e aprire ad un senso della vita sempre più vero e liberato. Non è certo troppo diverso da ciò che si fa in una terapia analitica anche se a differenza dello psicologo il padre spirituale – degno di questo nome – garantisce un accesso del tutto particolare alla dimensione più profonda della psiche che è il suo fondamentale riferimento e rimando alla trascendenza. Anche se non si può negare che uno psicologo – degno di questo nome – non può che aprire l'altro al mistero e al trascendente per non cadere nella disperazione:

"Veramente il problema di colui che soffre nell'anima riguarderebbe molto più il direttore spirituale che non il medico. […] In definitiva tutti si ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni vive di tutti i tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. […] Ogni psicoterapeuta avveduto si rallegrerà se la sua fatica sarà sostenuta e completata dall'opera del direttore spirituale> ",

e verrebbe da augurarsi anche il contrario! Di certo tra tutti gli approcci “psicologici” quello di C.G. Jung è il più aperto e il più sensibile al trascendente, al mistero, e persino al mistico, cioè a quell'ambito in cui si attua il gioco delle libertà tra Creatore e creatura e in cui lo stesso cammino di redenzione-guarigione assume i contorni della speranza di une sempre possibile ri-creazione. Infatti la creazione nuova, il ritorno al paradiso perduto, il ritrovamento della verità e dell'energia propria racchiusa negli elementi e nella materia, l'uomo quale microcosmo indissolubilmente legato al resto dell'universo e al suo Creatore erano anche il sogno e la ricerca insonne degli alchimisti. La loro insonne ricerca della pietra filosofale avveniva tra l' oratorium e il laboratorium, e in stretta collaborazione con la propria soror mystica . Secondo Jung sono proprio gli alchimisti i padri dell'attuale psicologia e, soprattutto, i testimoni di una tradizione ininterrotta nell'umanità e, in specie, nelle grandi religioni del mondo. In una parola si potrebbe definire tutto ciò come speranza di trasformazione fino alla sublimazione:

"Questa singolare capacità di trasformazione dell'anima umana […] è il precipuo oggetto della filosofia alchimistica nel tardo medioevo. […] Il suo segreto è il fatto delle funzione trascendente, la trasformazione della personalità mediante la miscela e il legame di costituenti nobili ed ignobili, della funzione differente e indifferenziata, del cosciente e dell'iconscio> . Naturalmente la fedeltà alla terra non può che portare ad una più grande fedeltà al cielo: <Immergiti in questo cratere, se lo puoi, riconoscendo per quale scopo tu sei creato, è avendo fede che tu salirai fino a lui, che ha inviato il cratere sulla terra> " .

L'alchimia perciò, come unio oppositorum, al di là e al di sopra della sua evoluzione nella chimica moderna, rappresenta un atteggiamento spirituale tendente a ristabilire, attraverso il lavoro dell'osservazione e della trasformazione, l'armonia tra esteriore e interiore, ricomponendo l'equilibrio dell'energia racchiusa negli elementi. Di questo processo il simbolo più eloquente è appunto il ritorno all'uomo originario concepito come androgino, non in quanto indifferenziato, ma in quanto capace di superare la differenza sessuale attraverso l'integrazione reciproca nell'incontro Animus-Anima . Tale operazione si attua passando attraverso le varie fasi del processo alchemico che, sinteticamente, può essere definito come un processo <pasquale>, in quanto si giunge alla pienezza della vita trasformata solo per la porta della morte trasformante .

In questo processo fisica e mistica sono strettamente connesse in quanto <per l'alchimia classica la scienza empirica e la filosofia mistica si presentano indivise> , ed è la capacità sempre più acuta di dare spazio alla funzione trascendente che assicura all'uomo la possibilità di giungere al suo Sé che, in modo semplificato, potremmo definire l'equilibrio che permette alla persona di crescere in tutta la sua statura fino alla piena maturità di Cristo nuovo Adamo: Nel simbolo paolino del Cristo convergono le più sublimi esperienze religiose dell'Occidente e dell'Oriente. Cristo, l'eroe oppresso dalle sofferenze, è il “fiore d'oro” che si schiude nella sala purpurea della città di giada> . La moderna distinzione e opposizione tra scienza e fede è <specificamente occidentale ed ebbe inizio tutto sommato con il Rinascimento> .

Sul grande portale in pietra della sua casa a Zurigo, Jung aveva fatto incidere questa frase: “ Vocatus atque non vocatus, Deus aderit”. E se questo vale dal punto di vista di Dio vale anche dal punto di vista dell'umanità: comunque e ovunque e sempre l'umanità e Dio sono destinati ad incontrarsi non foss'altro che per s-contrarsi. Per Jung che si riteneva solo un <empirista> , non è possibile all'umanità di raggiungere la profondità della propria anima per dare stabilità alla propria mente, senza doversi misurare con questo strano ospite con cui si è costretti malgrado tutto a fare i conti. Ed è con questo Ospite che tutti i santi e i mistici di ogni tempo e di ogni luogo hanno fatto stupendamente i conti fino a trasformare l'intimo della propria vita e ogni gesto del proprio corpo in epifania di questa Presenza fino a diventarne diafanica com-presenza. È ciò che accadde più di sessant'anni fa ad una giovane e ardente donna Olandese di nome Etty.

Dio matura

La vita di Etty Hillesum si può racchiudere in uno stupendo verso di Rilke: <Anche se non vogliamo Dio matura> . Una vita assai breve caduta come seme nel solco della storia il 30 novembre 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz. Per lunghi anni questo seme è rimasto ben custodito in una silente memoria e praticamente sconosciuto fino a quando – nel 1981 – il suo fittissimo Diario unitamente ad alcune Lettere sono stati raccolti, pubblicati e tradotti parzialmente in varie lingue . Così moltissimi lettori e lettrici hanno ritrovato nella complessa e talora discutibile personalità e percorsi di Etty, uno specchio in cui rileggere, ricomprendere e dare nuovo slancio alla propria esistenza a partire da quello che si potrebbe definire la percezione di fondo di questa donna nei confronti del mistero della vita da lei avvertito come enigma (D. p. 194) : siamo noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave (D. p. 127).

Davanti a questo modo di porsi davanti al grande compito di fare della vita una vera opera d'arte – sempre mirabilmente incompiuta - Etty non vede altra via se non quella di lavorare a se stessi che non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se e prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso(D. p. 127). Queste citazioni brevi ed essenziali introducono nel cuore stesso dell'esperienza, della testimonianza e del messaggio di questa donna la quale si inserisce, quasi inavvertitamente e in modo certo unico e problematico ma giustificato, nella migliore e dinamica tradizione spirituale dell'umanità e che si potrebbe riassumere come un itinerario <dall'amore per la scrittura alla scrittura dell'amore> o come dice Rilke, ai cui testi Etty si è nutrita particolarmente, quale graduale abbandono di un mondo di convenzioni per aderire al <difficile amore> .

Nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg in una famiglia intellettuale ebraica – suo padre insegnava lingue classiche in liceo – dal 1924 visse con la sua famiglia – Misha e Jaap i nomi dei due fratelli - a Deventer sempre in Olanda dove sua madre Rebecca Bernstein si era rifugiata dalla Russia dopo l'ennesimo pogrom. Dal 1932 Etty si trasferì ad Amsterdam dove, conducendo una vita assai ricca di emozioni e di esperienze, si laureò in Giurisprudenza iscrivendosi poi alla Facoltà di lingue slave. Non si fece notare per particolari risultati accademici ma fu ben notata per la sua vitalità e capacità di vivere una vita assai intensa, perfino troppo intensa: il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa […] che il mio fisico non può reggere a tutto ciò (D. p. 195).

La giovane vita di Etty deve fare i conti ben presto non solo con il suo mondo interiore quali Michelangelo e Leonardo […] Dostoevskij e Rilke e sant'Agostino e gli Evangelisti che sono l' ottima società (D. p. 112) da lei frequentata assiduamente alla sua scrivania e che non esita a definire come il più bel posto di questa terra (L. p. 148), ma anche con il mondo esterno che diventa sempre più difficile da decifrare e che anno dopo anno diventa sempre più minaccioso.

Il Diario e le Lettere ci rendono partecipi di un cammino spirituale assai rapido, due anni e mezzo - dal 9 marzo 1941 al 7 settembre 1943 - un arco di tempo paragonabile a quello ricoperto nei nostri vangeli da Gesù di Nazareth. Prima e dopo questa data di lei non sappiamo più nulla. L'avventura spirituale comincia per noi lettori, con il momento della consultazione di uno psicologo-chirologo – Julius Spier paziente/allievo di Jung – incontro che si trasforma rapidamente in una relazione complessa che potremmo definire amicizia amorosa segnata da una libera e liberante dipendenza, mediante la quale, fino alla morte di quest'uomo – da lei definito ostetrico della mia anima (D. pp. 214-215) - hanno luogo per Etty delle scoperte interiori decisive che producono una trasformazione profonda ed evidente della sua vita fino alla fine.

Il 7 settembre 1943, lasciando il campo di raccolta di Westerbork assieme ai vecchi genitori e al fratello Mischa verso Auschwitz, lascia cadere dal treno - affidandolo al vento e a quell'umanità in cui non aveva mai perso la fiducia - un biglietto in cui annotava frettolosamente: apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci […] abbiamo lasciato il campo cantando […]. Viaggeremo per tre giorni (L: p. 149) .

Questo viaggio intrapreso ormai sessant'anni fa da Etty verso un destino di cui era assolutamente conscia sembra, in realtà, non essersi ancora concluso. Etty Hillesum è testimone della possibilità di trasformare la storia accettando di trasformare profondamente e radicalmente la propria vita lavorando sulla propria anima per renderla sempre più odorosa e sempre più ampiamente abitata dalla presenza di un Dio amore a cui Etty si rivolge con un unico titolo e attributo: “Mio”, il più pasquale dei nomi divini (cfr. Gv. 20, 16. 28) in cui si cela un <concetto altamente moderno di Dio> . Proprio mentre la bufera dell'annientamento si faceva più fitta e oscura così scriveva: Qui la nostra vita è di giorno in giorno più minacciata. […] il nostro compito non è forse allora di mantenere ben odorosa la nostra anima, in mezzo a quelle esalazioni viziose (D. p. 132)?

La duplice esperienza di umanità – la relazione con Spier - e di violenza – le misure naziste – sono state la trama sulla quale si tesse la tela di questa vita. Senza la relazione con Spier - fatta di affettività e di umanità - Etty sarebbe stata senza dubbio sopraffatta dall'orrore e dal logoramento delle persecuzione. Senza queste ultime, non sarebbe stata sollecitata con tanta forza ad andare avanti nel cammino di interiorità fino a scegliere di essere consapevolmente sola e sterile per essere feconda nella trasmissione di un amore più grande sempre pronto alla morte come paradigma di incompiuta prontezza al dono di sé in ogni momento .

Tutto il cammino umano e spirituale di questa donna ancora così giovane – non arriverà a trent'anni - coincide con il viaggio della sua anima assai più matura e pre-disposta a grandi passi come lei stessa spiega tra le ultime pagine del suo Diario: L'età dell'anima è diversa da quella registrata all'anagrafe. Credo che l'anima abbia una determinata età fin dalla nascita, e che questa età non cambi più. E aggiunge: Credo che l'anima sia la parte più inconscia dell'uomo, soprattutto in Occidente […] l'occidentale non sa bene che farsene e se ne vergogna (D. p. 132).

Si potrebbe dire che Etty ha proprio percorso una sorta di viaggio interiore verso l'anima fino ad essere capace di farsi anima vivente e amante di una storia così segnata invece dalla barbarie e dalla disumanità. Ma per arrivare a questo traguardo ha dovuto accogliere la logica di una profonda trasformazione accettando in vita e in morte la legge dell'apparente fallimento che circonda ogni crisalide in attesa di dare alla luce la propria fugace ed unica bellezza. Si tratta di acquistare un proprio posto nel mondo senza pretendere di esserne il centro fino a riuscire come Etty a vivere una seconda nascita proprio alle soglie della morte dando spazio sempre più pieno alla propria anima vecchia come il mondo . E noi a che punto siamo in questo viaggio?

Viatores

Si tratta ora di abbozzare alcune prospettive per il nostro cammino e soprattutto si rende necessario poter mettere nelle nostre bisacce di viaggiatori e pellegrini un po' di buon “pane elfico” per poter camminare con leggerezza e a passo sostenuto. Nel Diario di Etty Hillesum troviamo una parola ultima che suona così: Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite (D. p. 239) ma ce n'è un'altra che risuona come penultima: Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l'ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati e da così tanto tempo (D. p. 238). In questa sorta di testamento possiamo cogliere la vera risposta alla domanda con cui ci siamo introdotti in questa conversazione: <Avremo ancora pane?>. La risposta sembra essere di questo tenore: <Avremo pane se sapremo essere semi!>. Tutto il compito che riguarda ciascuno di noi è di acconsentire ad una crescita interiore che non può avvenire senza l'assuzione della legge propria della vita che si riassume nella parola del Vangelo: <Nessuno ha un amore più grande che dare la vita per i propri amici> (Gv 15, 13) secondo una norma precisa: < se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto> (Gv 12, 24).

Se vogliamo assicurare il pane a noi stessi e ai nostri figli non possiamo sottrarci alla legge della “coltivazione” che esige sacrificio, tempi di attesa, pazienza e perseveranza nei momenti in cui le cose non sembrano andare come previsto. Il pane della speranza dipende dalla nostra personale capacità di coltivare la nostra umanità fino a portarla a livelli di dignità. Come dive Rilke: <Dio matura>, come spiera Jung <…Deus Aderit> ma come insegna la Tradizione questo può avvenire solo nella misura in cui ciascuno personalmente e radicalmente accetta di offrirsi – come diceva Etty – quale campo di battaglia su cui trionfi la vita bella e buona che comunque ci è stata data in dono.

Come evitare una terribile e temibile carestia spirituale ben peggiore di quella scongiurata da Giuseppe in Egitto. A una domanda analoga un teologo ortodosso francese come Olivier Clement in una conferenza data al Collegio Russo di Roma così rispondeva: <Per una spiritualità del tempo futuro saranno necessarie almeno tre cose: il recupero di alcuni valori antropologici propri del paganesimo, una nuova visione teologica della e non sulla sessualità, il rinnovamento dell'alleanza con il cosmo da parte dell'umanità>. Personalmente ritengo che questi siano i pilastri per una nuova messe che assicuri nuovo pane per l'umanità ancora chiamata a camminare e a crescere.

Sarà importante recuperare la simpatia di quel senso del trascendente che si trova come mascherato in molte forme di superstizioni vecchie e nuove in cui gli uomini privi di un senso profondo nei confronti della vita a tentoni cercano, in realtà, un accesso al mistero. Abbiamo bisogno di uomini e donne capaci di simpatizzare con tutte le forme di apertura alla trascendenza e in grado di aiutare ciascuno sapientemente a nominare meglio i propri bisogni per corrispondere meglio al proprio desiderio più profondo. Sintomatico è il grande coraggio della Chiesa Cattolica nel rieditare e ampliare un formulario come il Benedizionale in cui si celebra il legame profondo della vita della famiglia umana in continua simbiosi con gli elementi naturali, le convenzioni sociali e i mezzi tecnico-scientifici. Infatti

"il conflitto fra natura e spirito non è che l'espressione del carattere paradossale dell'essere spirituale: esso ha un aspetto fisico e un aspetto psichico; e tali aspetti ci appaiono contraddittori per noi effettivamente non comprendiamo l'essenza della realtà spirituale" .

In un mondo in cui il corpo e la sessualità vengono sempre più desacralizzati attraverso la loro continua esposizione e mercificazione – nella forma sia della intimità che delle efferatezze – è necessario riscoprire la sacralità del corpo come vaso dello spirito e come organo di comunicazione della vita spirituale fino a poter dire che <lo spirito fiuta nella sessualità un suo pari, anzi un che di affine> . In tal senso c'è una grande necessità non tanto di rivalutare la sessualità ma di restituirle quel regime di santità che tutti gli antichi codici di religioni e culture le hanno riconosciuto. E sempre quando si parla di sessualità bisogna avere il coraggio di parlare della morte con cui questa è sempre congiunta. Si fa urgente una capacità di ridare dignità e spazio alla sessualità e alla morte riponendondole nel luogo a loro più congenito che è il sacro.

Riportare la sessualità e la morte al loro più proprio linguaggio umano ed umanizzante sono due aspetti portanti per ritessere l'alleanza con la natura e con il cosmo intero accettando di riconoscere nella nostra stessa vita delle leggi che sono da amare e da rispettare. In tal senso se il messaggio cristiano è stato il grande aiuto perché l'uomo si sentisse signore della creazione e non succube di essa, oggi è necessario che questa signoria riprenda tutta la sua capacità di farsi custodia premurosa e attenta.

Il Signore Gesù quando si rivolgeva alla grande Ildegarde di Bingen – musicista, guaritrice, poetessa, farmacista, teologa e visionaria del XII secolo – le diceva: <Nel giardino del tuo cuore ho messo ogni cosa, ogni erba che possa servire alla tua guarigione>. Penso che possiamo fare affidamento su questa parola. Il terreno della vita su cui siamo posti non è sterile eppure non è fecondo se non a prezzo della disponibilità di ciascuno a vivere nella logica del seme caduto in terra, della crisalide in attesa di aprirsi alla bellezza. Secondo l'esempio di Etty Hillesum e non solo di lei siamo chiamati – oserei dire obbligati – a prendere sul serio il nostro cammino verso la nostra umanizzazione che esige la presa di coscienza delle nostre ombre perché la luce che portiamo in noi possa essere più profonda e visibile, più calda!

Pur nel rispetto delle sensibilità e nell'ammirazione per tutto ciò che di buono e di bello è presente nella vita di ciascuno mi sembra comunque di voler indicare in Gesù di Nazareth – che io riconosco come Signore e Cristo – il grande Archetipo di questo dono di sé nella piena libertà e nel perfetto amore. La Chiesa poi pur nei suoi limiti – talora tremendi – se anche ha trad ì to l'Evangelo l'ha comunque sempre custodito e tr à dito fino ad oggi corredandolo del commento vivente della vita di santi come Francesco d'Assisi ed altre miriadi che ci permettono di attingere ancora a questo pozzo di vita e di sapienza. Senza passare sotto silenzio l'accesso al Mistero rappresentato dalla Liturgia di cui Jung stesso era ammirato fino a dire: <chi ad esempio può sfuggire all'impressione della Messa […] l'istituto della confessione e del direttore spirituale, che sono della più grande importanza pratica, se a queste attività attendono personalità adatte> . Chi potrebbe rimanere insensibile <alla bellezza dell'azione cultuale che è un requisito indispensabile giacché l'uomo non ha servito a dovere Dio so non lo serve anche in bellezza> .

Penso che il rischio del nostro Occidente sia quello di morire di fame su montagne di pane! Montagne di pane non spezzato e non condiviso possono farsi scenario di morte mentre il poco pane spezzato e condiviso di cui parlavamo all'inizio rappresenta la vita di tutti e per tutti. Abbiamo una Tradizione di sapienza, testi e testimoni possono rinvigorire la speranza e a questa scuola possiamo realmente lavorare a rendere migliore la nostra vita e a lasciare dietro di noi un mondo leggermente migliorato e in dono ai nostri posteri. Per essere moderni è necessario avere anime assai antiche come spiega mirabilmente Jung:

"Gli uomini moderni o, per meglio dire, gli uomini viventi nell'immediato presente, sono pochi, perché la loro esistenza esige la più alta coscienza di sé, coscienza estremamente profonda e vasta con un minimo di incoscienza. […] Colui che raggiunge questo grado di coscienza è necessariamente un solitario. Il cosiddetto “uomo moderno” è in ogni tempo un solitario, perché ogni passo che egli fa verso una conoscenza più alta e più vasta lo allontana sempre più dalla sua naturale e animale “partecipazione mistica” con la massa, e dall'immergersi nell'inconscio collettivo. Ogni passo in avanti rappresenta una lotta per sradicarsi dal seno materno universale della primitiva coscienza. […] Egli su può considerare veramente “moderno” solo quando, raggiunto il margine della vita, ha dietro di sé tutto quanto è caduto e superato con davanti a sé il nulla, da cui tutto può risorgere " .

Potremmo dire che l'uomo adatto al suo tempo in realtà non è colui che viene definito “moderno” - <animato da una decisa avversione per opinioni tradizionali e per le verità ereditate> - ma è colui che sarebbe degno di essera riconoaiuto come “profeta” in quanto capace di vedere oltre l'immediato presente ciò che gà sta nascendo e che tutti gli altri fatica ancora a scorgere. Il profeta capace di scorgere e interpretare i segni dei tempi per preparare l'avvento della novità del tempo sottraendosi – talvolta a rischio della vita o almeno della reputazione e sicuramente del successo – allo spirito del tempo. Infatti e non va dimenticato

"con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l'ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità. […] Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un'inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione prepotente sugli spiriti più deboli trascinandoli con sé" .

Non sopravvalutare

Se tutti e sempre siamo in cammino è importante capire verso dove ci stiamo incamminando. Una risposta ci viene data proprio dal testo biblico che fonda tutta la tradizione religiosa in cui si riconoscono l'ebraismo, il cristianesimo e l'Islam ed è la parola – la prima in assoluto – che Adonai rivolge ad Abram: < Lek lecka/ và verso di te> (Gn 12, 1). Finora più che alla fede “fede” si è fatto riferimento alla “religione”. Questo termine può essere interpretato almeno in due modi: re-legare oppure re-legere. Di fatto ogni “religio” cerca di creare un < nexus mysteriorum> come amava dire Gregorio Magno per poter mettere insieme i dati dell'esperienza e gli aneliti del desiderio più profondo del cuore. Ma ogni “religio” corre sempre il rischio di essere semplicemente una sorta di libro che si legge fino alla fine per ricominciare a leggere senza capire e soprattutto senza che cambi la propria vita e la migliori (cfr. At 8, 30).

Proprio per evitare questo impasse ciascuno è chiamato a passare attraverso la religione con tutti i mezzi che essa mette a disposizione al fine di camminare, speditamente, verso un'esperienza personale di Dio e della vita ingaggiando quella che l'apostolo chiama la <buona battaglia della fede> (1Tm 6, 12): l'assunzione di un viaggio interiore che esige eneludibilmente una <lotta con se stesso per creare se stesso> . La domanda che novatanni fa si poneva Rilke risuona ancora forte e chiara: <Come è possibile vivere se non possiamo affatto penetrare gli elementi di questa vita?> . E lo stesso poeta non riesce ad accostare a questa un'altra domanda: <Chi è dunque questo Cristo che s'immischia in ogni cosa?> . Se da una parte Rilke riconosce che <Dio ci lascia in pace e non chiede nulla> , dall'altra non può tacere una grande possibilità data all'uomo e che lo onora immensamente: <Potrei parlare con Dio, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a comporre lettere a lui> . Eppure in questo nostro cammino verso il nostro cuore e verso il Dio che misteriosamente vi abita, Gesù di Nazareth – Signore e Cristo – nel suo mistero pasquale di vita totalmente offerta in dono d'amore può darci un grande aiuto a comporre e ricomporre la nostra vita come una lettera d'amore a Dio: <egli sulla croce, è questo nuovo albero di Dio e noi dovremmo essere i caldi frutti felici là in alto> .

Essere frutti felici appesi all'albero della vita che non sopravvalutano la loro propria esistenza e che pure la fanno maturare fino in fondo perché possa nutrire e dare sollievo… non è forse la grande speranza che può dare senso alla nostra vita ed irradiarla attorno a noi? Come insegna Rilke si tratta semplicemente – si fa per dire – di <prendere in mano le cose terrestri giustamente, pieni di cordiale amore, di meraviglia, come cose nostre, passeggere, uniche> . Siamo chiamati a maturare e a far maturare il seme divino che portiamo dentro di noi fino alla sua pienezza, fino al suo pieno gusto.

Naturalmente a ciascuno i suoi modi, i suoi tempi, le sue traversate e - perché no - anche le temibili ma talora utili deviazioni nella certezza comunque di poter contare su un insieme di dati, di aiuti, di testimonianze che infondono coraggio e indicano se non la strada almeno la meta. Da questo punto di vita la tradizione cristiana rappresenta un tesoro a cui tutti possono attingere e che ha dimostrato – nel tempo – di essere in grado di conservare non sempre la fedeltà effettiva al Vangelo ma continuamente la possibilità di ri-partire dal Vangelo con amore nuovo.

Come diceva il Piccolo Principe <l'essenziale è l'invisibile> ma si potrebbe dire che l'invisibile è talmente essenziale alla nostra vita e al nostro mondo da dovercene prendere amorevolmente cura. Il segno che ce ne stiamo curando è la pace e il fatto di non avere bisogno di nessuna violenza per affermare il nostro punto di vista se non la tenacia di chi crede e spera che l'amore può fare <nuove tutte le cose> (Ap 21, 5) e noi stessi per primi. Lasciamo che divampi nel nostro cuore la segreta speranza di essere nel mondo migliore possibile per trovare la forza di vivervi nel modo migliore possibile al fine di lasciare dopo di noi un mondo leggermente migliore.

Questo sarà possibile se portiamo dentro di noi e irradiamo attorno a noi la grande certezza di una mistica inglese del XV secolo che diceva: < All is well, all will be well/ Tutto è bene, tutto andrà bene> . Da questa donna audace permettetemi di trarre altre due citazioni. La prima è la piena sottomissione <a ciò che la Chiesa insegna e crede> , la seconda è un augurio: <Pensai che tutti i miei fratelli avrebbero dovuto vedere quello che io vedevo, allora avrebbero riso tutti con me […] poiché noi siamo la gioia di Dio ed egli si compiace in noi eternamente> .

Sì, avremo ancora pane! Se diamo noi <stessi da mangiare> (Mc 6, 36) magari con un goccio di buon vino: la nostra semplice gioia di essere in viaggio e non da soli: <Pietra filosofale è amore: ora da fango separa/Del nulla fa il qualcosa e mi trasforma in Dio> .

Pari, 5 giugno 2004

MichaelDavide Semeraro, Monaco

C.G. JUNG, Opere, a cura di L. AURIGEMMA, Boringhieri Torino 1970-1993, in 18 volumi, vol 11, p. 314 (d'ora in poi si darà direttamente l'indicazione del volume e della pagina).

I. GORAINOFF, Serafino di Sarov, Gribaudi, Torino 1981, p. 57.

Vol. 11, p. 606.

Vol. 9, p. 93*.

Vol. 11, pp. 536-537.

Vol. 8, p. 371.

Vol. 12, pp. 309-310.

FILONE ALESSANDRINO, I Terapeuti, 2.

Vol. 5, p. 328.

PSEUDO-PALLADIO, L'incontro con i Brahamini, II, 7.

Vol. 11, p. 389.

 Solo come accenno si può ricordare come C. G. Jung salutò la proclamazione, nel 1950, del dogma dell'Assunzione di Maria al cielo, ritenendolo, appunto, un grande trionfo di un tipo integrale di antropologia, molto diverso dal più o meno inconscio dualismo che ci si porta dentro: <manifestamente ispirato dallo Spirito Santo il papa ha proclamato, con grande stupore di tutti i razionalisti, il dogma della Assumptio Mariae: Maria è unita al talamo celeste quale sposa del Figlio e quale Sophia con la divinità. Questo dogma è attuale da ogni punto di vista e lo ritengo il più importante avvenimento religioso dai tempi della Riforma> (vol. 11, pp. 439. 444).

 In tal senso si potrebbe invertire la lettura che si farà di Lc 10, 30, e che avrà tanta fortuna, dell'uomo ferito e spogliato riferito ai doni della natura e della grazia (PIETRO LOMBARDO, Le Sentenze, II, 25, 7; PL 192, col. 707) per parlare invece dell'uomo continuamente rivestito e guarito.

 Cfr. GREGORIO MAGNO, In Hiezechihelem, II, VIII, 6ss. (OGM III/2) pp. 212ss.; Gregorio parla persino di due vite della Chiesa, una in terra e l'altra in cielo come pure di due sacrifici a base di carne, uno in terra e l'altro in cielo (cfr. Ibidem, II, X, 4; pp. 270-271).

 TERTULLIANO, Contro Prassea , 12, 4; in Opere scelte, op. cit., p. 973.

 GREGORIO MAGNO, In Euangelia, II, XXVI, 1 (OGM II) pp. 330-331.

Citato in O. CLEMENT, Le feste cristiane, Qiqajon 2000, p. 74

IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, IV, 39, 2.

Vol. 8, p. 365.

GREGORIO MAGNO, Regola Pastorale, III, 12.

Non si dimentichi che uno dei Trattati di Filone si intitola proprio De Somniis, come pure ai sogni è dedicata una parte dell'abbecedario della vita monastica di EVRAGRIO PONTICO, Trattato pratico della vita monastica, 54-56.

C.G. JUNG, vol. 14, p. 356**.

GREGORIO NAZIANZENO, La Fuga, 18. Cfr pure: GREGORIO MAGNO, Liber Pastoralis, PL 77, 14°: <Ars est artium regimen animarum>.

Vol 8, p. 371.

SENECA, Lettere a Lucilio, 49.

Vol. 11, p. 332-333.

Vol. 14, p. 548**.

ANSELM GRÜN parlerebbe volentieri di <spritualità dal basso> (in La cura dell'anima, Paoline 2004, p. 133).

Cfr. E. DREWERMANN, Il vangelo di Marco, Queriniana, Brescia 1994.

TAULERO, Omelie, 6.

Vol 11, pp. 315; 317; 335.

C.G. JUNG, vol 13, p. 91.

L'io e l'incosncio, p. 141.

HERMES TRSMEGISTUS, Corpus Hermeticum, 43, IV.

Cfr. <Rosarium Philosophorum>, Francoforte 1550 in C.G. JUNG, La psicologia del Trasfert, p. 67-207.

Vol. 12, p. 226.

Vol. 13, p. 61.

Vol. 11, p. 541.

Vol 11, p. 15.

R.M. RILKE, Stunden-Buch, I.

ETTY HILLESUM, Diario 1941-1943, a cura di J. G. Gaarlandt, Adelphi, 1985.

ID, Lettere 1942-1943, a cura di Chiara Passanti, Adellphi, 1990.

Edizione completa curata da Klaas A. D. Smelik, Etty. De Nagelaten geschriften van Etty Hillesum 1941-1943, Amsterdam, Uitgeverij Balans, 1991, pp. 874.

S. GERMAIN, Etty Hillesum, Pygmalion, Paris 1999 p. 121 (trad. it.: Etty Hillesum, una coscienza ispirata, Lavoro, Roma 1999).

R.M. RILKE, Lettere ad un giovane poeta, Adelphi, 1980p. 48.

P. LEBEAU, Etty Hillesum. Un itnéraire spirituel, ed. Fidelité, 1988, p. 106 (trad. it.: Etty Hillesum. Un itinerario spiriutale. Amsterdam 1941-Auschiwitz 1943, Paoline, 2002 3 ).

Cfr. DREYER, Etty Hillesum, une voix boulversante, Desclée, Paris 1997, pp. 83 e 96-97.

S. GERMAIN, op. cit, p. 63.

Vol. 8, p. 378.

Vol. 8. p. 67.

Vol. 11, p. 187.

Vol. 11, p. 240.

C.G. JUNG, Il problema dell'inconscio nella psicologia moderna, Einaudi, Torino 1977. pp. 276-277.

Vol. 11, p. 319.

Vol. 8, pp. 366-367.

Vol. 5, p. 330

R.M. RILKE, Su Dio, in Lettere ad un giovane poeta, Adelphi, 1980, p. 117.

Ibidem, p. 125.

Ibidem, p. 133.

Ibidem, p. 141.

Ibdem, p. 127:

Ibidem, p. 129.

GIULIANA DI NORWICH, Libro delle Rivelazioni, Ancora, Milano, p. 171

Ibidem, p. 130.

Ibidem, pp. 136. 157.

ANGELUS SILESIUS, Il Pellegrino Cherubico, I, 244.

 

 

 

 

 

 
 
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